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Category Archives: P.d.V.

Stavo pensando che se tra un paio di secoli, quando avere un presidente nero sarà la regola e nei libri di storia ci sarà – se ci sarà – una piccola nota a piè di pagina indicante che “Barack H. Obama è stato il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti ad essere eletto nel 2009”, uno studente si troverà di fronte alla preparazione di un esame o di un’interrogazione scolastica, eviterà candidamente d’immagazzinare questo dato per lasciare che la memoria si occupi di informazioni decisamente più rilevanti o troverà utile sapere chi fu il primo?

La celebrazione della giornata odierna come “storica” ed “innovativa” supererà il vaglio del tempo?

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E’ la storia di una ragazza sola che cerca di (ri)conquistare il suo lui preparandogli una cenetta galante, tirando fuori le gambe, valorizzate da un vestitino striminzito, e sfoggiando un look che ricorda una versione più salubre e sciatta della Winehouse. Solo che quando suonano il campanello alla porta non c’è lui, ma la vicina che cerca un po’ di sale; il lui della situazione, infatti, non si presenta, lei si butta su di un pollo che sfamerebbe un reggimento, si mette a guardare vecchi film in un minitelevisore guardabile solo da chi può vantare 11/10, infine, nel pieno della nottata, chiama un’amica che corre a consolarla e a spettegolare.

O, forse, è la storia di una tipa che prepara una cenetta galante per la sua tipa iniziando alle sette e mezza di sera. Alle dieci si presenta la vecchia bacucca della vicina che ci vuole provare spudoratamente con la giovincella – perché, diciamocelo, chi è che ha il coraggio di presentarsi dai vicini alla ricerca di sale dopo le venti senza munirsi di un giubbotto antriproiettile? solo una disperata che vuole una scusa per attaccare bottone e da cosa nasce cosa -, ma le va male. La simil Amy, allora, si butta sul cibo, sui vecchi film e sul vino, finché non si fa coraggio e, alle due di notte, si decide a chiamarla, lei arriva, fanno quello che devono fare, cose che noi non vedremo mai perché la canzone sfuma.

Io opto per la seconda.

(nota a margine: ma poi cosa vuol dire esattamente “se fossi qui come questa sera”? O sei presente o non lo sei, a meno che tu non possieda il dono dell’ubiquità. Ma.)

Ho appena finito di leggere I Simpson e la filosofia, una raccolta di saggi di autori vari divisa in quattro parti (I personaggi, Temi simpsioniani, Non sono stato io: l’etica dei Simpson ed I Simpson e i filosofi), anche se, a mio avviso, i testi potrebbero essere divisi in due categorie: la prima comprende gli scritti che trattano prettamente di argomenti filosofici e, tanto per giustificare la loro presenza all’interno di un volume dal titolo I Simpson e la filosofia, buttano qua e là il nome di un personaggio del cartoon – vedi, per esempio, Che cosa significa pensare secondo Bart di Kelly Dean Jolley o Homer e Aristotele di Raja Halwani -; la seconda si occupa di diversi aspetti del cartone animato in quanto tale e credo che sia la parte più interessante.

Occupandosi della figura di Marge, per esempio, il saggista si preoccupa d’inserirla all’interno del filone televisivo “mamme di famiglia” e nota, tra le altre cose, come la mamma Simpson – nata nel 1989 – si rifaccia ad un tipo di serial che sul finire degli anni Ottanta non era più in voga, ovvero quello della mamma chioccia stile Marion Cunningham, mentre in quegli anni iniziavano a diffondersi sul piccolo schermo delle famiglie non più basate sul classico schema padre-madre-figli (possibilmente un maschio e una femmina), ma su situazioni ben più “aperte”, come l’esemplificativo I miei due papà.

Molto interessante anche il saggio dedicato a Ned Flanders (Ned Flanders e l’amore verso il prossimo di David Vessey); partendo dall’episodio Casa dolce casettina-uccia-ina-ina nel quale viene tolta la patria potestà a Marge e Homer ed i figli affidati proprio ai vicini iper-religiosi, si pone l’interrogativo se sia giusto battezzare i bambini che non hanno ancora ricevuto tale sacramento, sapendo che quest’atto sarà la condicio sine qua non poter accedere alla vita eterna, o se sia lecito lasciare piuttosto la scelta ai bambini, una volta cresciuti.

Infine, merita un’attenzione particolare la scelta degli autori del cartoon di riempire le sceneggiature di citazioni e di omaggi televisivi, cinematografici e letterari. La peculiarità che ha fatto sì che I Simpson riuscissero a raggiungere il diciottesimo anno di vita consiste proprio nell’inserire ed amalgamare riferimenti “alti” che possono essere tranquillamente tralasciati da uno spettatore non particolarmente colto e, allo stesso tempo, apprezzati da uno più attento, arrivando ad ottenere il medesimo risultato: la risata (il primo capendo che c’è qualcosa di cui ridere in quella specifica situazione, il secondo collegando la battuta alla situazione originale).

Va da sé che alcuni riferimenti/situazioni si perdono nella versione italiana, o a causa della traduzione o a causa del diverso background, anche televisivo (in un episodio, Homer lancia una palla da bowling in alto canticchiando la parafrasi della sigla d’apertura di un popolare show USA; la sigla in questione viene cantata dalla presentatrice che, ad un certo punto, lancia in aria il cappello).

La traduzione italiana, in questo caso mi riferisco a I Simpson e la filosofia, pecca per un numero imprecisato di refusi e di errori grossolani (nella stessa pagina il commisiario viene chiamato indistintamente Wiggum o Winchester).

Infine, a chi potrebbe interessare, online c’è il completo The Simpsons Archive al quale il volume fa ampio riferimento.

“All’ avvicinarsi dell’ auto italiana «feci lampeggiare i potenti fari della torretta del mio Humvee. A quel punto, qualsiasi iracheno avrebbe inchiodato i freni, ma l’ auto proseguì, avvicinandosi a velocità. La guardai venire avanti con occhi sgranati, sparai prima a terra poi al motore».”

Ed un tipo panciuto di mezza età mi mette i regali sotto l’albero a Natale; un sorcio mi prende i denti dal cuscino sostituendoli con monete; il principe sceglie la bella e buona servetta; i treni sono puntuali e puliti; le cartucce impiegano mesi ad esaurirsi; la Telecom dà risposte esaurienti ai suoi utenti; il tribunale del malato ha una sua utilità; la Dalla Chiesa sta con Frizzi; il fine settimana c’è sempre il sole; i ladri, prima di costituirsi, aiutano le vecchiette ad attraversare la strada, solo sulle striscie, però; i politici corrotti si dimettono; un processo dura una settimana; Prodi e Berlusconi sono fratelli; nei cannoni ci sono dei fiori; questo è il mondo migliore in cui vivere…

Un artista inglese, Mark Mcgowan, ha avuto la brillante idea di dare ai passanti di New York City 72 ore nelle quali potessero esprimere la potenza dei loro sentimenti nei confronti di Mr President Bush. Munito di un cartello più che esplicito e di una maschera che ritrae George W., il nostro sta girando per le strade della Grande Mela ottendo un discreto successo. “Offrendo il mio corpo trasmetto ai newyorkesi il senso della realtà, dando loro la possibilità di tornare stasera a casa soddisfatti per aver dato un calcio al sedere al presidente.”, questa la spiegazione dello stesso McGowan.
Pare che anche un poliziotto, che ha preferito rimanere anonimo, abbia aderito.

Quest’operazione potrebbe mai essere messa in scena in Italia senza il rischio dello spettro della querela?

Il professore Umberto Galimberti ha tenuto un’interessante lezione magistrale al recente Festivl della Filosofia, sostenendo che la democrazia è morta.

Secondo lui, infatti, l’idea di democrazia in senso etimologico (“potere del popolo”) non esisterebbe più: i cittadini non sceglierebbero i loro rappresentanti politici spinti dala concetto del tutto razionale di mettere al comando del Paese persone competenti e qualificati; a guidare le loro (nostre) scelte ci sarebbe la passione del momento.

Dopo aver fatto i conti con il 9/11, l’uomo medio ha deciso che a rappresentarlo dovesse essere colui che è maggiormente fotogenico, che sa parlare meglio degli altri, che promette di essere il paladino della civiltà contro gli infedeli.

Ttag: , , ,

Credo che alla fine tutto si riduca ad una questione di credibilità.

Può essere credibile l’attrice che, dopo averci deliziati per anni con film simil porno, scopre la vera fede e la va a sbandierare in ogni trasmissione televisiva religiosa o non? Può essere credibile l’ex presidente americano che anni fa perse la sua sedia a causa di un pruriginoso scandalo sessuale e che ora, alla vigilia dei sessanta, partecipa a congressi pro castità? Può essere credibile lo scrittore che ha sempre condannato il nazismo nei suoi scritti e che da giovane ha miliziato nientemeno che nelle SS? Può essere credibile l’amico dello scrittore in questione, anch’egli giovane SS, oggi papa?

Gli esempi potrebbero continuare per ore, ognuno ci metta il suo; certo è che, nel XXI secolo, la reputazione – buona o cattiva che sia – conta ancora molto.

Esattamente trentacinque anni fa moriva Jim Morrison.

Questo nome in genere evoca due immagini: la prima, forse quella più nota, è quella di un post adolescente che cerca nelle droghe la possibilità di non crescere, precursore di una generazione che cerca di non assumersi le proprie responsabilità; la seconda è quella di un artista di quelli con la A maiuscola.
Devo ammettere che per molti anni mi sono lasciato influenzare dalla prima versione, creandomi un’idea del personaggio basata più su di un preconcetto che su quello che la sua arte sia riuscita a produrre.
Morrison, ma per tutti è Jim, era un musicista eclettico sul palco (oggi si direbbe un “great performer”), uno di quelli che trascinavano la folla spingendola – si dice, e forse per una volta le voci hanno un fondo di verità – fino al piacere orgasmico; era un poeta; conobbe Ray Manzarek alla scuola di cinema dell’Ucla,… insomma si esprimeva attraverso molteplici stili.
Di lui oggi restano non solo quattro album e una raccolta di poesie, ma soprattutto uno stile di vita che col tempo ha smesso di essere cool, se non per qualche immaturo ragazzotto. Una vita divenuta leggenda, fatta di droghe che avrebbero dovuto aprire mille mondi ma che gli preclusero questo mondo, di eccessi fini a se stessi, ma anche di genio artistico e creativo e della capacità di rinnovare la musica partendo da basi preesistenti e di sconvolgere la bigotta cultura perbenista americana.
Grazie, Jim, il mondo avrebbe bisogno di uno come te anche oggi.

P.s.: chi volesse può trovarlo qui.

Capita, dopo anni, di incontrare una persona che per noi ha significato molto.

Le reazioni possono essere molteplici, a secondo del ricordo che abbiamo di quella persona: voglia di un abbraccio, voglia di alzare le mani, voglia di coprirla di insulti, persino voglia di mettersi ad urlare, rendere partecipe tutto il mondo di quanto amore o (perché no?) odio abbiamo ricevuto; può riaffiorare in noi tutta la delusione per il tempo perso dietro ad una persona che non ha fatto altro che prenderci in giro ogni singolo giorno, ma possono anche tornare in mente tutte le tenerezze e le dolcezze che l’inesperienza portava con sé, che poi forse sono i soli ricordi che rimangono negli anni.

Credo che sia la curiosità a prevalere sopra tutto, però. La curiosità di sapere com’è andata a finire, come quando si segue un telefilm per anni e poi ci lasciamo scappare proprio le ultime puntate.

Messo da parte lo shock nell’accorgerci di quanto sia cambiata fisicamente (prima era più attenta al suo aspetto, te la ricordavi magra come un chiodo, con i capelli sempre perfettamente ed irritatamente al loro posto, i denti così bianchi da risplendere – oddio, sfiorava la mania quel continuo controllo dello stato della sua dentatura! -), non puoi fare altro che chiederle quello che realmente ti sta a cuore e sai dove le tue domande, anche quelle più indirette, vogliono arrivare a parare.

Puoi girarci intorno per qualche minuto, se lei non ha fretta potete chiaccherare davanti ad un caffè, potete ridere e ricordare i vecchi tempi; ma, dentro di te, nel profondo, ti chiedi come abbia fatto ad andare avanti senza il tuo amore. Ti vengono in mente tutti i discorsi che facevate, tutte le promesse che avete infranto nell’arco di poche settimane; arrivi persino a chiederti come sia possibile che la persona che hai di fronte ti facesse battere il cuore in quel modo, come sia possibile che quella che oggi è a tutti gli effetti una perfetta sconosciuta una volta ti facesse tremare le gambe, che fosse sufficiente pensare a lei perché sentissi una morsa proprio lì, nella pancia.

Arrivi anche a confrontare i risultati che avete ottenuto in questi anni l’uno senza l’altra e ti compiaci, cinicamente, di aver realizzato qualcosa in più di lei. Metti su un piatto la tua impressione che hai di lei (com’è cambiata nell’aspetto, quello che fa e che non fa, chi frequenta) e nell’altro metti te stesso in una versione che ti sorprendi perfino tu di quanto sia splendida.

Poi vi salutate; sono passati solo qualche minuti ma ti sembra che il tempo sia volato, troppo poco avete parlato, vi promettete di tornare a sentirvi, ma entrambi sapete perfettamente che non è vero.

La vedi allontanarsi e dentro di te risuona quella domanda che non hai avuto il coraggio di fare.

Sei più felice ora che non faccio parte della tua vita?