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Category Archives: Sfogliando il giornale

Non saprei neanche da dove iniziare.

Forse dalla “cantilena fastidiosa” di quell'”insopportabile” della Boldrini ché, si sa, l’apparenza è tutto; in politica mica contano i fatti o le idee da portare avanti. In politica il pacchetto è essenziale, un bel involucro conta più di mille strade asfaltate, più di mille posti all’asilo o più di mille ticket sanitari. E se a dirlo è un attore la cui cadenza romana è un marchio di fabbrica bisogna credergli.

O forse dallo spauracchio di Stalin e del KGB e della sinistra in mano ai comunisti che mangiano bambini mentre cantano l’Internazionale tra un bicchiere di vodka e l’altro.

O forse da quel povero diavolo di Berlusconi che ha fatto tanto di quel bene al Paese, che ha creato tanti di quei posti di lavoro e che, di sicuro, non meritava di essere stroncato per quel vizietto dei festini e poi, parliamoci chiaramente, è stato stroncato da quei magistrati rossi che avrebbero fatto firme false pur di partecipare alle sue feste a base di prostitute al limite della maggiore età, un gruppo di magistrati gelosi di un uomo di settant’anni che ancora riesce a tenere il passo degli appetiti sessuali delle ventenni con le quali condivideva le serate. E non nominiamo nemmeno gli abusi di potere, le corruzioni, le truffe da lui orchestrate e per le quali è stato condannato ché tutto si riduce a un “È un uomo a cui piace la figa, embè?”.

O forse dalla classe con la quale bolla la Palombelli come una dei tanti “sinistroidi coi milioni in banca”, una “radical chic” che fa “tutte ‘ste storie sulle coppie gay”, anche se, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a trovare un nesso tra il non essere stato riconfermato per un lavoro in televisione e le coppie gay, non parliamo poi del “genitore 1 de qua e il genitore 2 de là”, si vede che al Bracco sono sfuggite le discussioni sull’argomento a livello mondiale, ma, di nuovo, quale sarebbe il legame con il cast di “Forum”? O forse sono solo due righe che nascondono un mondo di pregiudizi verso quella sinistra guardata con disprezzo, composta per lo più da cosiddetti intellettuali che non hanno mai lavorato un giorno in vita loro, che non sanno cosa significa sporcarsi le mani con la terra, che si nascondono dietro ai libri e alle aule universitarie, che pretendono di spiegarci come stare al mondo e che, soprattutto, fanno della distruzione dei valori della famiglia tradizionale (padre, madre, figli, puttana minorenne al seguito e tutti a messa la domenica mattina) (ciao, Ale) il punto di forza dei loro discorsi. È a questi sinistroidi che bisogna ringraziare se in Italia esiste una legge contro l’omofobia o se i gay possono sposarsi o adottare un bambino.

O forse dall’ironia non voluta con la quale passa dal dare dei “Ro-si-co-ni” ai detrattori di San Silvio da Arcore al rosicamento per non essere più a Canale 5 tutte le mattine (per colpa degli stessi detrattori di SSdA?).

O forse da quel “Via dall’Euro” che adesso va tanto di moda – non a caso parla di Grillo e di Salvini che sono sulla stessa linea di pensiero – e che ci ricorda che viviamo nel Paese delle responsabilità. Degli altri. Perché è arrivata la crisi in Italia? Perché quella culona della Merkel ha sfruttato l’Europa per fare gli interessi della Germania e chi ci ha rimesso sono stati i pesci piccoli e puri come l’Italia. I ristoranti erano sempre pieni, prima dell’euro.

Forse partirei proprio da qui, dal concetto di “rivergination” che è anche quello più comprensibile.

I politici sono brutti e cattivi, hanno fatto a pezzi l’Italia, hanno “affamato il popolo”, “‘sti zozzoni”. Di nuovo rientrano in campo le responsabilità degli altri, dirette e indirette. Sono state le scelte dei politici che hanno portato alla miseria attuale ma, se un politico è arrivato dove è arrivato, fino a prova contraria è perché stato votato da qualcuno e se ti ritrovi alla soglia dei cinquant’anni è facile pensare che un paio di volte abbia votato anche tu. Ripeto, questa è la parte più comprensibile di tutta l’intervista. Puntare il dito contro la classe dirigente in toto è una delle cose più semplici e più pigre allo stesso tempo. Dire “tanto sono tutti uguali” è un sinonimo di ignoranza e di malafede. È un modo per autoassolversi, per dire che non c’è bisogno di informarsi su un tale partito o su un tale politico ché tanto sono feccia a priori. Non c’è neanche bisogno di stare a sentire cosa hanno da dire perché si dà per scontato che sia finalizzato all’interesse personale. E allora, se gli intellettualoidi sono confinati dietro ai libri a occuparsi degli interessi delle coppie gay e se i politici di professione si occupano di preservare la casta, gli unici che possono fare gli interessi degli uomini della strada sono proprio loro, gli uomini della strada. E a questo punto la mancanza di preparazione, la mancanza di studio, di militanza in un partito diventano un punto di forza, un modo per assicurare che, no, loro non sono “casta”, sono cittadini che si preoccupano di altri cittadini.

E passano in secondo piano le competenze di Bracconeri – cosa ne può sapere Bracconeri di economia e quali ripercussioni avrebbe davvero un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro? – o il fatto che si sia avvicinato a un partito “tradizionale” la cui leader è stata Ministro in un governo Berlusconi per ben tre anni – Meloni non è anch’essa responsabile della crisi sulla base del ragionamento di Bracconeri che vede gli zozzoni colpevoli di aver affamato il popolo? o ci sta dicendo che Meloni è un po’ meno zozzona degli altri? e sulla base di cosa, di grazia? – e che il Bracco intende avvicinarsi a un altro partito, la Lega, che ha governato sempre con Berlusconi in anni cruciali per la crisi nazionale. Quello che conta è solo l’apparenza di nuovo e di pulito, talmente pulito da non aver nessuna esperienza.

Ma forse è solo una bolla d’aria e, quando Bracconeri deciderà di sciogliere la riserva, scopriremo che non aveva mai voluto candidarsi e soprattutto mai mischiarsi con questi politicanti.

Toys

Quando si parla, con un infelice scelta linguistica, di quote rosa nei listini elettorali o nelle aziende mi tornano in mente quelle targhette che già sembravano anacronistiche ai miei occhi da bambino, quelle con la scritta “Vietato sputare” sugli autobus.

Non ho mai visto nessuno prendere una multa perché aveva sputato sull’autobus e una legge che lo vietava mi sembrava superflua, un modo paternalistico per regolare qualcosa che doveva essere dettato dal buonsenso: non si espelle la propria saliva su un mezzo di trasporto pubblico. Semplicemente non si fa. Immaginavo di vedere gli autobus ricoperti da altre mille targhette. “Vietato defecare”. “Vietato tagliarsi i capelli”. “Vietato tagliarsi le unghie”. Perché doveva esistere un cartello (e una legge) che impedisse lo sputo condiviso e non una legge che si occupasse di attività altrettanto riprovevoli da non fare sugli autobus? Evidentemente doveva esserci stato un periodo in cui gli utenti degli autobus ritenessero di avere la prerogativa di poter sputare quando e dove lo desiderassero. Evidentemente doveva essere stato necessario introdurre una legge per far cadere questa abitudine.

In un mondo ideale, non ci sarebbe bisogno di quote rosa.
In un mondo ideale, a parità di mansione, non ci sarebbero differenze sulla busta paga di un uomo e su quella di una donna.
In un mondo ideale, le possibilità di far carriera sarebbero le stesse a prescindere dal genere dei lavoratori.
In un mondo ideale, non verrebbe richiesto alle donne di firmare le dimissioni in bianco per poi rassegnarle una volta incinte.
In un mondo ideale, rimanere incinta non dovrebbe essere d’ostacolo alla carriera, e viceversa.
In un mondo ideale, le mansioni dovrebbero essere assegnate a coloro che hanno più competenze, senza guardare al loro sesso.
In un mondo ideale, una donna che commette un errore dovrebbe essere giudicata una cretina sulla base dell’errore commesso, non ci dovrebbe essere spazio per commenti sul suo vestiario, sul suo trucco, sul suo taglio di capelli, sui suoi tacchi, su quale e quanta parte del suo corpo decide di esporre, sulle sue vere o presunte preferenze sessuali.
In un mondo ideale, non ci sarebbe bisogno delle quota rosa perché basterebbe il buonsenso.

È quello che sta accadendo oggi?

No.

Oggi che abbiamo la possibilità di autoregolamentarci, di decidere da soli a chi affidare il comando, scegliamo di assegnare il potere agli uomini.
Oggi scegliamo di affidare l’80% degli incarichi istituzionali, nazionali o locali, a chi è nato con un pene.
Oggi l’autoregolamentazione passa per un 50/50 nelle poltrone dei Ministeri del governo Renzi, ma su 44 Sottosegretari le donne sono 9.
Oggi l’autoregolamentazione passa per l’assenza di un Ministero per le Pari Opportunità.

Un po’ perché si è sempre fatto così.
Un po’ perché è considerato “naturale” che le portatrici di utero abbiano voglia di sfruttarlo e di farsi una famiglia e, se devono stare a casa dal lavoro per almeno nove mesi, tanto vale non perdere tempo fin da subito e non assegnare loro posti di dirigenza.
Un po’ perché a quale uomo farebbe piacere essere comandato da una donna? Già lo fanno a casa!

Introdurre le quote rosa significa questo, significa dare una chance alle donne, per legge. Significa ripartire da zero. Significa dire, ci sono 50 uomini e 50 donne che lavorano a questo progetto, ora non ci sono più scuse, ora va avanti chi è capace di dare il contributo più grande. È una forma di paternalismo da parte dello stato? Sì, in parte è anche quello, ma è anche un modo per prendere coscienza di una situazione discriminatoria che non può più essere tollerata e che, se lavoreremo bene e se saremo fortunati, i nostri figli troveranno anacronistica.

L’immagine è tratta da questo video.

Ma riconfermare Lorenzin e lasciare a casa Bonino non mi sono sembrate due mosse molto intelligenti. Per non parlare del fatto che ci siano otto Ministre su sedici, ma non ci sia un Ministero per le Pari Opportunità. E neanche quello per l’Integrazione. Considerando che Renzi intende governare fino al 2018, si vede che non considera le pari opportunità e l’integrazione dei temi di cui occuparsi. Spero di essere smentito nei prossimi mesi.

Sto leggendo un saggio del 1996 di Gian Paolo Caprettini, “La scatola parlante”.

Nel sesto capitolo dal titolo “Discorso politico e politica del discorso” l’autore cita un discorso di Perón del 1973, il primo dall’esilio durato diciott’anni.

Desidero iniziare queste parole con un saluto molto affettuoso al popolo argentino. Giungo dall’altro estremo del mondo con il cuore aperto ad una sensibilità patriottica che solo la lunga assenza e la distanza possono rendere così vibrante. Per questo, questo mio parlare agli Argentini, lo faccio con l’anima a fior di labbra, e desidero che mi ascoltino anch’essi con lo stesso animo.
Giungo quasi disincarnato. Nulla può perturbare il mio spirito poiché senza rancori né passioni, tranne l’unica passione che animò tutta la mia vita, servire lealmente la Patria. E soltanto chiedo al popolo argentino che abbia fede nel governo giustizialista, perché questo sarà il punto di partenza della lunga marcia che iniziamo…

Dice Caprettini – citando Eliseo Verón e Silvia Sigal, studiosi dei discorsi di Perón – che i corsivi (presenti nel testo) servono a “costruire una distanza tra se stesso [Perón] e i suoi destinatari”, [Perón] “si presenta come un puro spirito, animato solo dalla passione di servire lealmente la patria”. Verón e Sigal si sono accorti che anche nei discorsi precedenti all’esilio Perón si presenta come un outsider, una figura esterna che non può essere messa in discussione proprio in virtù del suo essere al di sopra delle parti. Chiosa Caprettini sostenendo che il discorso di Perón, ma anche quello di qualsiasi politico che si basi su una retorica di simboli universalmente condivisi in quanto incontrovertibili, sia “banale e insieme subdolo. Ed è proprio la banalità che fa il lavoro sporco, togliendo la possibilità di replica a chi sta a sentire, anticipando uno sproposito (la risposta) in bocca a chi si azzardasse a replicare”.

Quando ho letto le parole di Perón che parlava di essere giunto “dall’altro estremo del mondo” ho avuto un sobbalzo ripensando al discorso di un altro argentino diventato famoso lo scorso 13 marzo quando è diventato Papa Francesco.

Fratelli e sorelle, buonasera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.

[Recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre]

E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

[…]

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

[Benedizione]

Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo! [*]

La retorica a cui ci ha abituato Papa Bergoglio è la stessa di Perón. Negli ultimi mesi il Papa ha fatto delle dichiarazioni talmente banali che non possono non essere condivisibili.

“Chi di noi ha pianto?” “No al culto della personalità” “Risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta” “Non avere paura del rinnovo delle strutture della Chiesa” “Non abbiate paura di essere gioiosi e della gioia”.

E ancora.

“Gesù non era telecomandato” “San Pietro non aveva un conto in banca” “Dobbiamo cercare l’unità tra i cristiani” “E’ tempo di giustizia e solidarietà” “Gesù vi vuole tanto bene” “La politica si occupa di finanza e banche, non di chi muore di fame” “La precarietà ha conseguenze funeste” “Vicino a vittime degli abusi, bisogna difendere i bambini” “Inseguite gli ideali” “Mai cedere a pessimismo e allo sconforto”. Eccetera eccetera.

Caprettini conclude dicendo che basta controvertere il discorso banale per vederne la retorica del simbolismo. C’è forse qualcuno favorevole agli abusi sui bambini? Qualcuno che desideri una guerra tra cristiani? Qualcuno che preferisca essere triste? O qualcuno che vorrebbe che le tragedie si ripetessero? Evidentemente no, soprattutto se a dircelo è una figura che già di suo si pone al di sopra delle parti – il Papa è “la più alta autorità religiosa riconosciuta nella religione cattolica”, dice Wikipedia – e questo Papa fin dalla sua elezione ci ha ricordato che viene dall’altro capo del mondo ponendo una distanza tra lui e i suoi ascoltatori. In ogni discorso di Papa Bergoglio c’è la summa del banale, del subdolo e del lavoro sporco di cui parla Caprettini. Non mi stupisce che abbia consensi dall’85% degli italiani.

Oggi Grillo (o chi aggiorna il blog per lui) ci ricorda che bisogna accettare i nostri fallimenti come i nostri successi: con calma, dignità e classe.

Nei due mesi successivi alla scossa di terremoto del 20 maggio 2012 sono state registrate oltre 2.300 scosse, 2.000 solo nei primi trenta giorni, oltre la trentina i terremoti di magnitudo compresi tra il quarto e il sesto grado. L’aerea colpita ha interessato comuni nelle province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia, Bologna e Rovigo. Ma sono stati riscontrati danni anche a Milano, Venezia, Padova, Genova, Massa Carrara. In tutto sono stati 54 i comuni colpiti. Stimati in 13 miliardi e 273 milioni i danni, 12 miliardi e 202 milioni solo in Emilia Romagna. Danni significa il crollo di palazzi, di abitazioni private, di edifici storici, dei centri storici, significa la chiusura di ospedali e scuole rese inagibili, significa la distruzione di capannoni industriali. Significa 500 scuole colpite, 45.000 gli sfollati. Soprattutto significa la morte di 27 persone, quasi tutte colpite nei crolli delle aziende presso le quali stavano lavorando.

Ad un anno da quegli eventi sismici delle 15.000 famiglie rimaste senza casa, 5.000 sono rientrate (una su tre), mentre 60 continuano a vivere in albergo. 37.000 persone sono state reintegrate al lavoro. L’ultimo campo di emergenza è stato chiuso ad ottobre, 16 sono le zone rosse chiuse su 22. Poi ci sono le aziende che non hanno ancora ricevuto i contributi messi a disposizione dallo Stato a causa di blocchi burocratici e che hanno dovuto pagare di tasca propria la ricostruzione dei capannoni danneggiati e l’apertura temporanea di nuove sedi per far sì che, mentre prende avvio la ricostruzione, il lavoro delle aziende continui ad andare avanti. Ci sono calcinacci per le strade, zone recintate, case distrutte, negozi dismessi, container che sostituiscono aule di scuole.

Che in questo scenario ci sia la comparsa di un signore che risponde al nome di Giuseppe Piero Grillo, detto Beppe, che si permette di usare frasi come “Io credo che il terremoto che ha colpito l’Emilia sia in parte anche colpa dei buchi che hanno fatto per cercare il gas a cinquemila metri. Mi ci gioco le palle” [*] fa semplicemente schifo al cazzo.

Nel caso non fosse chiaro: c’è un signore che, senza alcuna prova scientifica a dimostrazione della sua tesi, sta sfruttando la tragedia, il dolore, la morte, la paura di un’intera regione per fare nientemeno che della bieca propaganda politica. Perché lui sa delle cose che le normali persone non vedono, perché lui racconta quello che i governanti cattivi non vogliono raccontare, perché lui con una mano fa quello dal grande cuore, pronto a donare 420 mila euro, con l’altra punta l’indice contro il fracking, perché lui è quello che la sa lunga.

Questo è un tipo di atteggiamento che definire vergognoso sarebbe riduttivo, infatti, ripeto, questo atteggiamento fa semplicemente schifo al cazzo, signor Grillo.

[Fonti: Wikipedia, Sky Tg24. Il titolo è un riferimento a questo.]

È da ieri che non riesco a togliermi dalla testa questa fotografia. A suo modo è un piccolo capolavoro del genere, non solo per come è stata scattata, ma anche per la storia che racconta.

Il fotografo pone l’obbiettivo in basso riprendendo uno stile molto usato nel cinema. L’esempio più famoso (e più scomodato) è quello di “Quarto potere”. L’inquadratura dal basso al comizio elettorale di Kane serve a sottolinearne la maestosità del momento e l’apice del potere raggiunto dal protagonista. L’occhio della macchina da presa (e con esso l’occhio dello spettatore) si trova in una posizione subalterna rispetto agli avvenimenti narrati: è il grande momento di Kane, il culmine della sua vicenda politica e umana, e tutti, noi compresi, siamo letteralmente ai suoi piedi. Al contrario, quando la sorte di Kane gli sarà avversa, le inquadrature dall’alto serviranno a dare un senso di oppressione e della piccolezza dell’uomo.

Tornando alla fotografia, l’inquadratura riprende dal basso il manifestante dandone un senso d’imponenza – aiutato in questo anche dalla stazza – ma, a sua volta, il manifestante è sovrastato dal cartello che regge a mani alzate verso l’alto, quasi un gesto di resa al messaggio che il cartello reca con sé. Cinque semplici parole – dalle dimensioni piuttosto notevoli, oltre che dal peso semantico impegnativo – che esprimono la più completa fiducia che l’uomo ripone in Berlusconi. Ma non è solo fiducia nelle strategie politiche dell’ex Presidente del Consiglio, c’è qualcosa di trascendentale in quelle parole. Berlusconi perde i suoi connotati umani per diventare un essere in grado di compiere qualsiasi azione, anche quelle che non appartengono a questo mondo. Berlusconi racchiude in sé ogni potere (esecutivo, giudiziario e legislativo?), è al di sopra di essi, li amministra in quanto unico detentore, in quanto Creatore. Il manifestante non solo sa che Berlusconi è onnipotente, ma crede in lui. La scelta del verbo è significativa. Si crede in qualcosa o in qualcuno quando si mette da parte lo spirito critico per affidarsi alle parole pronunciate da quel qualcuno. Berlusconi come Dio è una creatura infallibile e quindi merita cieca obbedienza, non deve essere messo in discussione il suo punto di vista, non c’è necessità di ascoltare portatori di messaggi diversi dal suo, anzi, deve essere considerato in malafede chi si oppone alle parole della divinità onnipotente o, peggio, chi cerca di eliminare Nostro Signore per vie giudiziarie, vista l’impossibilità di riuscirci politicamente. D’altronde, come si potrebbe attuare un piano simile, come potrebbe un comune mortale decidere razionalmente di mettersi contro l’Onnipotente che ci governa dall’alto dei cieli?

Proprio dall’alto di quel cielo azzurro e privo di nuvole che sovrasta il cartello del manifestante della fotografia.

C’è questa immagine molto forte in “Novantatré”, l’ultimo romanzo di Victor Hugo ambientato negli anni del Terrore: un’imbarcazione militare si prepara a combattere in difesa della monarchia, ma affonda quando uno dei cannoni si stacca dalle catene che lo tengono saldato alla nave. Senza più controllo, il cannone inizia ad oscillare da una parte all’altra della nave e finirà per uccidere parte dell’equipaggio e per danneggiare irrimediabilmente la stessa imbarcazione. È un’immagine che mi è tornata spesso in mente nelle ultime settimane pensando a Beppe Grillo e al suo MoVimento 5 Stelle, insieme al concetto di rivoluzione in senso astronomico, quello per cui un corpo celeste si sposta lentamente ogni giorno intorno ad un altro corpo celeste per poi ritrovarsi esattamente al punto di partenza.

La campagna elettorale di Grillo si chiama “Tsunami Tour”. “Nulla sarà più come prima” è scritto nel post di presentazione sul suo blog. Lo tsunami è un maremoto, un terremoto che ha origine nei fondali sottomarini e che riesce a spostare enormi quantità d’acqua in pochi secondi. Abbiamo imparato tutti a conoscere questa parola di origine giapponese il 26 dicembre del 2004 quando un maremoto di magnitudo 9.1 ha avuto origine nell’Oceano Indiano causando la morte di oltre 230.000 vittime accertate cui bisogna aggiungerne altre 300.000 secondo le stime. Una rivoluzione demografica che ha coinvolto diversi stati asiatici e che ha letteralmente spazzato via una fetta della popolazione locale. L’idea alla base della campagna elettorale di Grillo è la stessa: un’onda anomala generata dal suo MoVimento che spazza via un’intera classe politica e con essa un modo di concepire la vita politica ed istituzionale del Paese che dovrebbe portare – nelle intenzioni di Grillo e dei suoi seguaci – alla disgregazione tra destra e sinistra così come sono state concepite finora e all’introduzione dell’idea di politici come “dipendenti dei cittadini”, uno dei cavalli di battaglia del M5S. Un’immagine, quella dello tsunami, di per sé distruttiva e di cattivo gusto (riuscite ad immaginare le reazioni sdegnate se la stessa campagna elettorale si fosse chiamata “Terremoto Tour” – o un più esotico “Quake Tour” – all’indomani dello sciame sismico dello scorso maggio o di quello più recente in Garfagnana?), ma che è riuscita ad ottenere molti consensi da parte dei sostenitori di Grillo e credo per motivi facilmente intuibili. È un’immagine semplice, diretta, non richiede particolari conoscenze per comprenderla, né particolari sforzi interpretativi. Arrivano tonnellate d’acqua che danno una ripulita ad un sistema considerato troppo marcio per potersi salvare. Meglio sbarazzarsene in toto.

La semplicità – o, meglio, la semplificazione della realtà – è alla base del MoVimento.

L’esempio classico è quello dei politici. Se ne devono andare a casa, tutti, perché tutti sono ugualmente responsabili dell’attuale situazione economica dell’Italia. Tutti guadagnano una cifra esagerata rispetto a quella casalinga che deve mantenere tre figli e che sarebbe perfetta come Ministro dell’Economia. Tutti fanno parte di una cricca, di una casta occupata a mantenere il proprio status quo e non interessata alle sorti del Paese. La storia personale, le battaglie politiche, le ideologie, nulla ha più importanza; il solo fatto di appartenere alla categoria del politico fa di te il nemico da abbattere. Anche letteralmente. “Se proprio volete bombardare o mandare qualche missile, ve le diamo noi le coordinate […] (di) una ridente cittadina, un po’ più a Sud di Bologna: Roma”. Peccato che anche il MoVimento sia in corsa alle elezioni di oggi e di domani e che una buona parte dei suoi esponenti saranno chiamati ad essere deputati e senatori nelle prossime settimane. Cosa impedirà loro di trasformarsi in quei mostri sanguisughe che sono i politici che tanto disprezzano? È qui che Grillo si è giocato la carta più alta, quella del populismo. Niente rimborsi elettorali ai partiti, niente privilegi, pensione compresa, stipendi calcolati sulla base di quelli nazionali, niente condannati, col secondo mandato finisce la carriera in Parlamento.

Dalle scorse “parlamentarie” – per le quali hanno votato poco più di ventimila sostenitori – sono usciti i nomi dei candidati, scelti tra coloro che non erano stati eletti nelle consultazioni precedenti. Un gruppo di persone che non ha la minima esperienza in nessuna amministrazione, neanche quella condominiale, potrebbero dire i più maliziosi. Certo, la loro “limpidezza” è il valore aggiunto che vuole introdurre il MoVimento in questa tornata elettorale, ma è anche il loro limite. Ti puoi fidare di chi non è pregiudicato e non ha mai messo mani sul Paese (quindi non l’ha mai rovinato), ma, allo stesso tempo, una persona del genere è anche più facilmente manovrabile. Non ha esperienza, non sa come muoversi, deve affidarsi a qualcun altro. Con questo metodo ci vinci le elezioni, convinci i tuoi di essere nel giusto, di essere vittima di un sopruso, che le responsabilità siano degli altri. La Lega, per esempio, ci ha costruito un partito intorno all’idea di “Roma ladrona” accusando lo Stato di mettere le mani in tasca ai cittadini del Nord e proponendo l’idea rivoluzionaria di secessione di una fantomatica regione che non è mai esistita se non nelle menti di qualche funzionario di partito. Voti guadagnati a suon di “Roma ladrona” e di “otterremo la secessione lavorando all’interno delle istituzioni”, salvo poi stipulare alleanze con chi fino a poco prima veniva denigrato dalla stessa Lega.

Altri aspetti che il M5S ha in comune con la Lega: la posizione sulla mafia (“in Lombardia e a Milano la mafia non esiste”, “la mafia non ha mai strangolato il proprio cliente”), la xenofobia, l’omofobia, la mancanza di rispetto verso le istituzioni. Borghezio che disinfetta i posti in treno occupati dalle prostitute nigeriane. Grillo che pretende la chiusura dei confini nazionali ai Rom. Bozza che definisce i gay “perverti da curare”. Grillo che chiama “busone” Vendola. Bossi che dichiara “Il tricolore lo uso per pulirmi il culo”. Grillo che s’inventa un ridicolo nomignolo per ogni leader di partito, un giochino praticato per anni nelle edizioni del TG4 di Fede. Si mina l’autorità dell’avversario lasciando intendere che non è poi così degno di nota visto che non si è nemmeno in grado di ricordarne il nome e si strizza l’occhio al proprio elettorato creando un codice condiviso (un po’ come il gesto dei pugni che non può essere compreso da chi non ha mai visto una puntata di “Friends”).

Anche dal Popolo delle Libertà di Silvio Berlusconi il MoVimento ha ereditato molti tratti. Il rifiuto a parlare con certa stampa ritenuta di regime, il rifiuto al confronto con gli avversari politici, la richiesta dell’intervento delle forze dell’ordine per allontanare i giornalisti “scomodi”, ovvero quelli che fanno domande. Ma anche smentire le dichiarazioni rilasciate pochi giorni prima, se non poche ore prima, anche quando sono presenti registrazioni. Scrivere delle risposte e poi disconoscerle accusando la stampa di chissà quale complotto per screditare il MoVimento. Meglio salire sul pulpito di una piazza e urlare ad una folla adorante quello che vuole sentirsi dire, senza contraddittorio.

Anche la misoginia è un altro tratto comune ai due leader. Solo qualche settimana fa Berlusconi si è reso attore di un siparietto offensivo con un’impiegata della Green Power, per citare l’ultimo esempio in ordine cronologico (ma potremmo aggiungere l’inchiavabilità della culona, l’altra che è più bella che intelligente, la sinistra che candida solo donne brutte). Nel 2003, invece, Grillo venne condannato per aver definito una “vecchia puttana” il premio Nobel Levi-Montalcini. Qualche mese fa ci ha dato qualche lezione di anatomia informandoci che il punto G viene stimolato nei salotti dei talk show.

I sostenitori dei due partiti sono disposti a far quadrato intorno ai due capi/padroni: non importa cosa dicano, non importa quanto si contraddicano, non importa quanto la sparino grossa, agli occhi dei loro compagni di partito e dei loro elettori hanno sempre ragione. Le contraddizioni vengono lette come tentativi della stampa di mistificare la realtà, nelle sedi governative si possono discutere temi personali (la parentela tra Ruby e Mubarak) e ridicoli (la discussione sulle scie chimiche nel consiglio comunale di Torino) affrontandoli con la stessa serietà con cui si affronterebbero altri problemi, i sostenitori diventano più realisti del re (i deputati che propongono di abbassare la maggiore età all’indomani dello scoppio dello scandalo Ruby; la grillina che propone la messa in discussione della 194 poiché è “una sconfitta e non una vittoria per tutte le donne”, fino a casi al limite del ridicolo, come in Sicilia, quando i deputati grillini in Regione riconsegnarono i rimborsi elettorali sbagliandone il conteggio).

Certi aspetti dei rapporti con i propri “uomini” sono una peculiarità di Grillo. Sembra che non solo non sia accettato un punto di vista diverso da quello ufficiale del MoVimento (di Grillo? di Casaleggio?), ma che non se ne possa neanche discutere. Dalla già citata Salsi, espulsa perché colpevole di un’apparizione televisiva, al fuorionda nel quale Favia contestava la mancanza di democrazia all’interno del MoVimento. Beppe Grillo ha deciso per la loro espulsione, da solo, come prevede il regolamento del M5S, di cui è anche il proprietario del simbolo. Lui detta le regole. Gli altri si adattino o se ne vadano (fuori dai coglioni). Niente che questo Paese non abbia già visto. Anche troppe volte.