Skip navigation

Tag Archives: annalisa

Sanremo è finito, gli amici se ne vanno, i cantanti ripropongono le loro canzoni a “Domenica In”, come da tradizione in rigoroso playback, Fazio e Littizzetto tornano su Raitre. Tutto ritorna a suo posto dopo cinque giorni intensi che hanno oscurato persino le dimissioni del Papa, nonostante i tentativi opposti del Tg1. Che importanza può avere il totoPapa di fronte all’annosa questione “Quanto passerà prima che Littizzetto nomini il Walter e la Iolanda”? Come dare peso alla folla che riempie San Pietro di lacrime se paragonate alle lacrime di Mengoni dopo aver cantato “Ciao amore ciao”? Come dare adito alle tesi complottistiche quando l’unico complotto che ci preoccupa è quello dei furbetti del televoto? Sanremo finisce con la vittoria di Marco Mengoni. Il meno peggio. Nei minuti che hanno preceduto il momento in cui Fazio ha lasciato che fosse Littizzetto ad annunciare il vincitore (in realtà le ha permesso solo di urlarne il nome, tutta la trafila del “Vince… il… 63esimo… Festival… di… Sanremo…” se l’è tenuta per lui), ci siamo ritrovati a tifare per Mengoni. Le probabilità di una vittoria di Elio e le Storie Tese erano ridotte al minimo, quella della vittoria dei Modà troppo alte per non farci sudare freddo. Un po’ come quando nel 2009 ci ritrovammo a tifare Marco Carta perché, no, la vittoria di Povia non era umanamente gestibile.

SIGLA

Delle esibizioni degli artisti in gara non c’è molto da aggiungere rispetto alle altre serate. Il momento più alto è stato quello di Elio che, vestito da ciccione come tutti i suoi colleghi, si butta a terra disperato perché ha sbagliato l’unica nota della sua “Canzone mononota”. GEGNI. Il momento più basso: l’entrata in scena di Simona Molinari vestita come Angela Favolosa Cubista. Altro momento felice, Daniele Silvestri che coinvolge l’orchestra nell’esecuzione di “A bocca chiusa” nel linguaggio dei segni. Raphael Gualazzi si conferma la noia fatta a persona, presentata ad occhi chiusi e sospirata. Al quarto ascolto la canzone degli Almamegretta si rivela per quello che è e la piacevole nostalgia di certe atmosfere di metà anni Novanta lascia il posto ad un “adesso anche basta”. Mentre si esibiscono i Modà realizzo improvvisamente che nelle prossime settimane le mie cugine adolescenti intaseranno la bacheca di Facebook con i loro video e d’un tratto Facebook mi appare come la Siberia. Simone Cristicchi è meno rosso delle altre serate, dai che i livelli di stress iniziano a diminuire. Maria Nazionale canta, tutti la chiamano “MILF”, io mi metto a cercare nei meandri di Google notizie su una sua maternità. Il brano di Annalisa rimane il mio favorito. Max Gazzè si presenta con un paio di lenti a contatto prese in prestito dalla collezione di Marilyn Manson e un cappotto di scena; sale su una delle prime sedie in platea e si mette a dirigere il pubblico. Peccato che nessuno in platea ne abbia approfittato per urlare “Robbberto”! Ho visto Chiara a “TV Talk” nel pomeriggio, sembra simpatica. I Marta sui tubi scorrono veloci (ti piacerebbe! e invece ti tocca sorbirteli tutti). La canzone di Malika Ayane è quella che ho sentito più volte in radio negli ultimi giorni.

Elio e le Storie Tese vincono il premio della critica “Mia Martini” e quello per il miglior arrangiamento. Marco Mengoni vince il Festivàl e, soprattutto, sarà in gara al prossimo Eurovision Song Contest, meco!

I superospiti. Daniel Harding ha 37 anni ed è un direttore d’orchestra inglese, giusto per ricordarci che negli altri Paesi si può far carriera anche prima dei cinquanta. Dirige l’Orchestra dell’Ariston nella “Cavalcate delle Valchirie” e nella “Marcia trionfale dell’Aida”. La prima è stata abusata da chiunque, in qualsiasi manifestazione canora, in qualsiasi film, in qualsiasi evento, ma fa sempre – SEMPRE – la sua porca figura. Approfitto del balletto di Lutz Förster per preparare uno spuntino. L’aneddoto di Andrea Bocelli sulla nascita del figlio Amos mentre si esibiva per l’ultima – finora – volta a Sanremo come concorrente mi fa sentire vecchio perché io già seguivo il Festival in quel remoto 1995. Birdy canta “Skinny Love”, ma io preferisco l’originale. Claudio Bisio si lancia nel monologo di Nonna Papera che ha nel suo repertorio da una vita. Ha paura di essere contestato come Crozza e si lancia in lunghi panegirici in cui dice che l’Italia non si merita i suoi elettori e c’è una parte di pubblico che si esalta per questo “coraggio da reazionario”. Un po’ come quando Fabri Fibra canta “Monti via!” e tutti a dire: “Eh, guarda com’è coraggioso Fabri Fibra, lui sì che è contro il sistema!”. Non ho ben capito cosa voglia fare Bianca Balti nella vita, se la modella, la testimonial, l’attrice o la presentatrice. Ieri sera, quando c’era lei sul palco, si è alzato il rischio che tornasse la dinamica Pivetti/Herzigová, bruttina stagionata vs. top model; in realtà la ragazza risulta piuttosto simpatica ed ironica, dovrebbe lavorare un po’ sulla spigliatezza. Anche Martin Castrogiovanni non è particolarmente loquace, con l’aggravante che ha la verve di un porcospino schiacciato da una macchina.

La presentazione di Castrogiovanni si trasforma in uno dei momenti più infelici di quest’edizione di Sanremo. Durante il solito rito del giocatore che regala la maglia al presentatore, Littizzetto si lascia scappare un “finocchio”, parte una risata dalla platea (qui, intorno al terzo minuto). Puoi riempirti la bocca quanto vuoi di diritti civili, di riconoscimento delle coppie di fatto, di “chi se ne frega cosa fa la gente in camera da letto”, ma se poi non sei grado di non utilizzare un linguaggio volgare, offensivo e pieno di cattiveria, rimangono solo delle belle intenzioni, vanificate da un’unica parola, detta senza stare tanto a pensarci. E la cosa ancora più triste è la cafoneria della platea che non perde l’occasione e apprezza la battuta. Se di battuta si può parlare.

Tg1 a tradimento. Immagino lo sfregamento di mani nella redazione mentre veniva preparata la notizia perfetta: Monti incontra il Papa.

Per concludere. Mi è piaciuto questo Festival? Tutto sommato, sì. Mi è piaciuta l’idea di svecchiare certi elementi canonici (quanto era anacronistica, l’anno scorso, la presenza di Rodríguez e Canalis a poche settimane dalle manifestazioni di “Se non ora, quando”?) e il tentativo di provare una nuova strada nel regolamento introducendo la gara fra due canzoni dello stesso artista. Ho apprezzato le interviste ai superospiti, meno agiografiche e più mirate verso un argomento di riferimento. Non ho apprezzato la qualità delle canzoni, piuttosto modesta. Potevano fare di meglio, ma non ci lamentiamo, si può sempre fare di meglio. L’importante è metabolizzare la lezione per la prossima volta.

Annunci

ovvero la serata dei duetti che duetti non sono, almeno non per tutti, in cui il Festival celebra se stesso. Ma ti ricordi i tempi nei quali i cantanti erano obbligati a riarrangiare il loro brano e si dovevano inventare una collaborazione altrimenti venivano cacciati via per regolamento? Che bei tempi, quelli, signoramia.

SIGLA

Si chiama Sanremo Story la quarta serata del Festival ed è dedicata al ricordo delle canzoni delle edizioni passate. Ogni cantante ne sceglie una e ne dovrebbe dare una nuova interpretazione – sì – magari duettando con un collega. In realtà solo cinque artisti su quattordici sono accompagnati (sei, se consideriamo i ballerini di Ayane che però non cantano), non proprio una chiamata a cui si poteva dire di no.

Malika Ayane, “Cosa hai messo nel caffé”, Riccardo Del Turco, 1969. È accompagnata da due ballerini, Paolo Vecchione e Thomas Signorelli, gli stessi del video di “Tre cose” che tanto abbiamo imparato ad amare la scorsa estate (si capisce l’ironia?). Come in quel video fanno le mossette e muovono un sacco le mani, lei ci prova ma non è un pezzo di legno, di più. Tutto sommato ne esce una cosa innocua e simpatichina in salsa soul. Durante la presentazione mi distraggo e mi sembra di sentire che questa canzone fosse stata proposta da Livia Del Turco. True story.

Daniele Silvestri, “Piazza Grande”, Lucio Dalla, 1972. È solo, indossa una coppola, mantiene l’arrangiamento originale, gli trema la voce quando pronuncia il nome di Dalla. Finiti i compiti può andare a cenare e accendere la tv sui cartoni animati, ma solo per mezz’ora.

Annalisa, “Per Elisa”, Alice, 1981. Duetta con Emma che butta respiri ansiogeni fin dall’attacco. Annalisa sparisce un po’ di fronte alla prepotenza di Emma e per non essere da meno si mette a gareggiare a chi urla di più. Ci sono brani musicali che dovrebbero essere trattati come reliquie sacre, questo è uno di quei casi. Ah, vorrei dire a Fazio che io nel 1981 riempivo pannolini di merda, nel 1789, invece, non ero ancora nato, ma so lo stesso cos’è successo quell’anno.

Marta sui tubi, “Nessuno”, Wilma De Angelis e Betty Curtis, 1959. Cantano con Antonella Ruggiero, che è la miglior cantante italiana dal dopoguerra ad oggi. Cos’altro vuoi aggiungere? Niente e infatti ascolti in religioso silenzio.

Raphael Gualazzi, “Luce (Tramonti a nord est)”, Elisa, 2001. Brutto momento. La canta quasi parlando, facendo un sacco di robe jazz al piano che anche no. Dice l’interessata che le è piaciuta questa versione, vabbè, facciamo finta di crederci. Nota a margine, Elisa è stata una delle prime a mettere un sottotitolo tra parentesi, vado a memoria, però.

Modà, “Io che non vivo”, Pino Donaggio, 1965. Alla fine Fazio fa due domande a Kekko dei Modà per riempire un buco in attesa che cambino gli strumenti sul palco e Kekko dei Modà si mette a raccontare di quella volta che Donaggio gli ha detto “Ma perché la cantate adesso e non aspettate il cinquantenario?”, poi il palco è pronto e Fazio interrompe il racconto di questo fantastico aneddoto.

Simone Cristicchi, “Canzone per te”, Sergio Endrigo, 1968. Se la prima serata Cristicchi aveva solo gli occhi rossi, alla quarta è tutto un bruciore in faccia. Dai che è quasi finita.

Simona Molinari con Peter Cincotti, “Tua”, Jula De Palma e Tonina Torrielli, 1959. Franco Cerri dà un tocco di classe all’esibizione, ma l’equilibrio con il trash viene ristabilito dall’improponibile abito di Molinari. La vera novità è che Cincotti suona il piano. Seduto.

Maria Nazionale, “Perdere l’amore”, Massimo Ranieri, 1988. Se sei di Napoli e ti propongono di scegliere un brano tra tutti quelli passati a Sanremo in oltre sessant’anni, hai forse scelta? No, sei obbligata a cantare il brano con cui un altro napoletano ha vinto. Punto. Poi, se non lo rendessi ancora più melenso di quanto già non sia, sarebbe carino da parte tua. Lo sappiamo che sai cantare, l’abbiamo capito. Picco ormonale nel pubblico.

Marco Mengoni, “Ciao amore ciao”, Luigi Tenco, 1967. È vestito decentemente, niente ciuffo sulla fronte, a stento trattiene l’emozione, sul finale è pronto a scoppiare in lacrime. Non ho capito perché (se è la vicenda di Tenco in sé che lo commuove, se la canzone gli ricorda dei fatti suoi), so che dovrei dire “che tenero” ma mi ricorda Fabio De Luigi che imita Miguel Bosé.

Elio e le Storie Tese, “Un bacio piccolissimo”, Robertino, 1964. Li accompagna Rocco Siffredi che parte col botto con la battuta “Scusate se sono troppo rigido”. Picco di risate tra il pubblico. E niente, pensavo che Robertino aveva diciassette anni quando cantava di far l’amore al chiaro di luna e che oggi, cinquant’anni dopo, facciamo i moralisti con gli adolescenti sessualmente attivi.

Max Gazzè, “Ma che freddo fa”, Nada, 1969. Altro pezzo storico della musica italiana, uno dei miei preferiti, altra versione massacrata. Gazzè non ne ha voglia, fa il compitino pensando ad altro, con un occhio sulla televisione, l’altro su Sorrisi e Canzoni. Meno male che tutto ha una fine.

Chiara, “Almeno tu nell’universo”, Mia Martini, 1989. Se lei era la migliore all’ultimo “X Factor” viene da chiedersi quanto scadenti fossero gli altri.

Almamegretta, “Il ragazzo della via Gluck”, Adriano Celentano, 1966. Manca Raiz, in compenso c’è il mondo su quel palco: James Senese, Marcello Coleman e Clementino. Quest’ultimo ha trent’anni – ma ne dimostra di più – ed è vestito come “Carletto il principe dei mostri”. Marcello Coleman ha i rasta, fa finta di non ricordarsi le prime parole della canzone ma le recupera in fretta, conclude con un “lasciate crescere l’erba” una versione de “Il ragazzo della via Gluck” in stile reggae. Picco di accessi alla pagina Wikipedia dello Shabbat.

I superospiti. Quei grandissimi figli di (cit. Littizzetto), Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi mettono in scena una gag che si rifa alla disorganizzazione del loro Festival del 1989. Ah, che bella cosa l’autoironia, signoramia! Tognazzi fa anche uno sketch con dei capelli posticci; mi auguro solo di non diventare mai uno di quelli che rimpiange continuamente di aver perso i capelli. La moglie e due figli (compreso Leonardo che ha ventitré anni ma rimarrà marchiato a vita dal soprannome di Leonino) di Mike Bongiorno inaugurano una statua dedicata al presentatore. Una statua brutta come brutto è stato questo momento di televisione. Compare Pippo Baudo, imbolsito e senza tinta, in eterna competizione con Bongiorno anche da morto, ma ruba immediatamente la scena a Fazio e Littizzetto. È un professionista, è inutile negarlo, su quel palco si trova a suo agio, sa come gestirlo e come gestire il pubblico. Peccato che a 77 anni il suo rifiuto di togliersi dalle scene e di godersi una meritata pensione risulti piuttosto grottesco. Stefano Bollani incanta tutti. Ad un certo punto chiede al pubblico cosa vorrebbe che suonasse e il pubblico si lascia sfuggire l’occasione per richiedere pezzi storici del repertorio sanremese come “Fiumi di parole” o “Siamo donne” (oltre le gambe c’è di più). Un capitolo a parte meriterebbe il pubblico in sala. Caetano Veloso va visto e basta. Dopo mezzanotte fa la sua apparizione José Moreno con il pupazzo Rockfeller che non risparmia battutine volgari verso Littizzetto. Vorrei vivere in un mondo in cui i pupazzi di trent’anni fa non fossero considerati superospiti.

I giovani. Vince Antonio Maggio con “Mi piacerebbe sapere”, com’era facilmente prevedibile. La vittoria a “X Factor” non gli portò particolare fortuna, staremo a vedere. Ammetto che la canzone rimane facilmente in testa e dopo qualche ascolto si sa già a memoria, facile prevedere che le radio ci andranno a nozze. Maggio vince anche il premio della sala stampa radio-tv-web “Lucio Dalla”, mentre Renzo Rubino intasca il premio della critica “Mia Martini” per “Il postino (Amami uomo)”. Piuttosto scontato anche questo. Per niente scontato il premio per il miglio testo a Il Cile con “Le parole non servono più”. Il Cile riceve il premio dalle mani di Caetano Veloso. Il Cile non guarda neanche in faccia Caetano Veloso che gli sta consegnando un premio. Il Cile è il Male.

Tg1 a tradimento. Poco Papa, tanto Monti.

Bon, terza serata del Festival, giro di boa, tempo di primi bilanci, ma solo dopo la

SIGLA

A livello generale sembra che ci sia stato un tentativo di rinnovare la formula eliminando alcuni drappelli che hanno reso “storico” il marchio di Sanremo in questi anni (dalla presenza di due donne, una bionda e una mora, adibite al semplice ruolo di soprammobile decorativo alla scenografia piena di fiori, dal cambio di abiti ogni mezz’ora celebrato con estenuanti quanto inutili rituali alla fin troppo compostezza del presentatore), allo stesso tempo, però, si è cercato di rincuorare la fascia di pubblico cui la manifestazione si rivolge, cioè il pubblico ultrasessantenne di Raiuno. Mi spiego meglio. Se decidi di eliminare dalla trasmissione più trash della televisione italiana proprio gli aspetti più trash, sei obbligato a concentrarti su altri aspetti, nello specifico le canzoni e la scrittura della trasmissione in sé.

Nonostante Fabio Fazio continui a ripeterlo da tre serate, non credo che le canzoni in gara quest’anno siano particolarmente belle, anzi lasciano molto a desiderare. Questo perché buona parte degli artisti in gara si rivolge direttamente al pubblico che li segue proponendo una canzone che rientra nello stile del cantante. Da Maria Nazionale mi aspetto una canzone da melodramma napoletano, dai Modà una canzone piena di fiati e di buoni sentimenti, da Daniele Silvestri un pizzico d’impegno civile, da Raphael Gualazzi che si sieda al piano e canti con gli occhi chiusi il suo jazz, dagli Almamegretta quello stile da trip music che fa tanto metà anni Novanta. E, puntualmente, queste aspettative vengono appagate. Perfino quei cantanti considerati innovatori e fuori dagli schemi come gli Elio e le Storie Tese quest’anno si sono limitati a proporre un divertisment difficile da eseguire tecnicamente ma che, già al terzo ascolto, risulta stancante. Gli Elii che propongono “La terra dei cachi” arrivano secondi – è una novità, su quel palco non si era mai visto nulla di simile, il pubblico è piacevolmente sorpreso e lo apprezza –, gli Elii che propongono “La canzone mononota” si fermano all’ottavo posto nella classifica parziale. Per farla breve, se questa serata si è aperta con i due conduttori che intonavano una canzone di cui tutti – TUTTI – conosciamo il ritornello, dubito che tra ventitré anni si potrebbe fare lo stesso con una canzone di Sanremo 2013.

La scrittura del Festival sembra sempre piena di buchi. È possibile che nessuno degli autori abbia messo in preventivo, per esempio, che ci sarebbero stati dei vuoti dovuti al ritardo nel cambio degli strumenti sul palco e che si siano limitati a sperare nell’improvvisazione di Luciana Littizzetto la quale non trova niente di meglio da fare che girare intorno al palco per prendere tempo? È possibile che nessuno abbia pensato che qualche ospite potesse dare forfait e non abbia preparato un testo in sostituzione? È possibile che nessuno sia stato in grado di scrivere una chiusa per le ultime due serate e che si sia dovuto rifare il siparietto d’apertura? È possibile che le dinamiche tra Fazio e Littizzetto siano sempre le stesse che abbiamo visto negli ultimi anni a “Che tempo che fa”? Tutte domande retoriche, eh.

Il trash ridotto al minimo si vede soprattutto in Luciana Littizzetto. La presentatrice non è quella a cui siamo abituati, il suo personaggio è stato ridimensionato. Sì, è sempre quella che appare insofferente alla rigidità del protocollo, quella che sbuffa quando deve leggere le regole del televoto, quella che rompe gli schemi tagliando la barba del maestro Vessicchio, quella che non rispetta l’imparzialità del conduttore facendo complimenti a destra e a manca ai cantanti, ma è anche quella che limita le battute volgari, quella che non parla di Walter e di Iolanda (anche se ci sono ancora due serate per recuperare), quella che lascia cadere le provocazioni di uno dei Marta sui Tubi, quella che propone un rassicurante monologo sui maschi che non sanno dire “ti amo” e che si spiaggiano sul divano. Il pubblico lo sa che Littizzetto si sta trattenendo e le riconosce il merito, la ragazza sta provando a crescere. Quando le scappa una battuta sulla politica, il pubblico non si mette a fischiarla, lei non è Crozza che deride il politico di uno schieramento, è una di noi, non vuole prendere in giro la politica ma è stanca di essere presa in giro dalla politica. Quando si mette a ballare completamente senza coordinazione e fuori sincrono rispetto alle altre ballerine sul palco, lo fa con il sorriso in bocca per tutto il tempo. Non importa come balli, ma è importante che tu balli per diffondere la nobile causa. Porta abiti eleganti ma senza essere aggraziata, probabilmente perché non è abituata ad indossarli. È una di noi, una che ha una famiglia da mandare avanti, una che ha la cena da preparare, la spesa da comprare, i figli da accompagnare a scuola, un marito con cui discutere su chi deve caricare la lavastoviglie, una che litiga coi vicini per il troppo rumore dei bambini. Una che, per puro caso, si è ritrovata a condurre la manifestazione più importante d’Italia. Ovviamente non è così, ma ci piace pensarlo. Luciana Littizzetto a Sanremo 2013 è l’alunno un po’ discolo, quello che non sta fermo un momento, che parla a sproposito, che fa ridere la classe con le sue trovate. E che fa ridere anche il maestro ma che finge di rimanere serio e di non vedere quello che il suo alunno sta facendo.

Cose a caso nella terza serata. Simona Molinari e Peter Cincotti sono il duo che si presenta tutti gli anni a Sanremo e di cui non ci ricordiamo mai niente a cinque minuti dalla conclusione, tutti gli anni tocca a qualcuno, quest’anno è toccato a loro, anche se lui prova invano a farsi ricordare come “quello che suonava il piano in piedi”. Marco Mengoni aveva ciuffo alla Michael Jackson. Malika Ayane continua il suo processo di “donatelizzazione”. Chiara era vestita decentemente a ‘sto giro. Max Gazzè non pervenuto. Il pezzo di Annalisa rimane quello che mi ha convinto di più. Simone Cristicchi era tutto rosso in faccia. È già la seconda volta che Littizzetto cita Benedetta Parodi parlando di cucina, chissà la bile di Antonella Clerici. Antony and the Johnsons, momento toccante, soprattutto il discorso che tiene dopo aver cantato. Riesce a dire le stesse cose che aveva detto Littizzetto un’ora prima ma senza quella retorica rassicurante. Leonora Armellini suona Chopin vestita per la prima comunione. Bravissima, eh, ma du’ palle. A rassicurare gli animi ci pensano Roby Baggio che tiene un discorso da fratello maggiore rivolto ai giovani d’oggi (“Fate sacrifici e non fermatevi di fronte a nulla, neanche ad un’operazione alle ginocchia”) e Al Bano che fa tutto il suo classico repertorio (da “Nostalgia canaglia” a “Felicità”, da “EEEEEEVAAAAAA” ai vari “EEEEEEEEEEEE”), peccato che sia simpatico come un gatto attaccato agli zebedei e che non sempre riesca a tenere quelle note che lo contraddistinguono. Qualcuno gli dica che non c’è nulla di male ad andare in pensione.

I giovani. Andrea Nardinocchi, “Storia impossibile”. Ad un secondo ascolto mi sembra il brano migliore tra quelli proposti quest’anno, peccato che il tema del testo sia fin troppo sanremese. Antonio Maggio, “Mi servirebbe sapere”. Ad un certo punto canta anche il maestro che sembra uscito da un cartoon dei Looney Tunes (grosso, coi capelli lunghi, in frac e fazzoletto bianco in mano). Paolo Simoni, “Le parole”. Ricompare il maestro Sabiu che alla fine lancia lo spartito (déjà vu a go-go). Ilaria Porceddu, “In equilibrio”. Canta il ritornello in sardo, cos’altro potresti fare con quel cognome? Passano il turno Maggio e Porceddu.

Tg1 a tradimento. Il papa incontra i sacerdoti romani.

ovvero quella volta che ho seriamente pensato che il Festival della Canzone Italiana si meritasse tutti quei luoghi comuni che si porta dietro da anni, tutto il disfattismo, tutte le lamentele, tutto il qualunquismo e di come sia una manifestazione vecchia, fatta da vecchi e rivolta a vecchi che dicono di votare Monti ma che, nel segreto delle urne, votano Berlusconi ché gli tira via l’IMU.

SIGLA

Beppe Fiorello sa recitare. Beppe Fiorello sa cantare. Beppe Fiorello sa suonare la chitarra. Beppe Fiorello sa fare le imitazioni. Beppe Fiorello apre la seconda serata del Festival con uno spot di mezz’ora alla sua fiction su Modugno. Cioè: la manifestazione più importante di Raiuno fa pubblicità ad una fiction che verrà trasmessa la prossima settimana, sempre su Raiuno, rivolgendosi al tipico pubblico di Raiuno, i vecchi di cui sopra. Come? Facendo cantare un paio di canzoni di Domenico Modugno a Fiorellino agghindato da Domenico Modugno con tanto di giacca di Domenico Modugno – propria la sua! è un prestito della signora Franca, la moglie di Domenico Modugno, quella vera, che a suo tempo l’aveva prestata anche al fratello in uno dei suoi show, ci ricorda Beppe riuscendo ad infilare Fiorello (Rosario) anche in questo Sanremo. Non solo, ma Beppe Fiorello, impersonando Modugno, con la giacca di Modugno e con la voce di Modugno, almeno nelle intenzioni, canta rivolgendosi direttamente alla signora Franca in prima fila. Riesci ad immaginare qualcosa di più nazionalpopolare, conservatore e rassicurante per un pubblico di vecchi? Io, no. Fiorellino, sì. E se ne va dal palco urlando un “GRAZIE, MIMMO!”.

Spunta Fabio Fazio che annuncia “l’ingresso della sua principessa”.
Spunta Bar Refaeli che muove il labiale dicendo “balengo” rivolta a Fazio mentre Luciana Littizzetto dovrebbe doppiarla. Diciamo che non l’hanno provata molto, ‘sta scenetta. Segue gag sul modello “Eh, ma come sei diventata figa, Lucianina!”.
Spunta Luciana Littizzetto che dà del cretino a Fazio.
Risate registrate.
Ora, in un paese serio, si andrebbe ad occupare l’Ariston ad oltranza, almeno fino a quando non sarebbero resi noti i cachet degli autori di questo simpatico siparietto e poi si andrebbero a prendere le picche.

I Modà sono i primi ad esibirsi. I due brani sono “Se si potesse non morire” e “Come l’acqua dentro il mare”. Il primo è un brano sofferto (si dice così, no?), il secondo è pieno di acuti ad cazzum e di retorica ed è scritto così male che ha buone possibilità di vincere. Non faccio in tempo a formulare quest’ultimo pensiero che Max Biaggi ed Eleonora Pedron – che si presentano così, come una di quelle foto di coppie sui profili Facebook, in-se-pa-ra-bi-li – proclamano vincitrice la prima canzone.

Simone Cristicchi mi ricorda Tricarico con quei capelli ricci, sparati in aria, fini. Ha gli occhi rossi. Canta una canzone che con una botta di originalità ha intitolato “Mi manchi”. La canta malino. Più tardi, su Twitter, dirà che era emozionato perché aveva avuto l’apparizione di Carla Bruni. Troppo sangue alla testa. La seconda canzone è senza Pacco, nel senso dell’autore, ma che simpatici umoristi! S’intitola “La prima volta che sono morto”, contiene la rima isola/asola, cita Pertini, Pasolini e i partigiani, assomiglia a “Le cose in comune” di Silvestri. Standing ovation. Passa la prima, lo annuncia la ventunenne Jessica Rossi, medaglia d’oro di tiro a volo. E tu cosa vincevi a ventun’anni di bello?

Precisazione. Ovviamente ieri non avevo capito il meccanismo di voto. Cioè, c’è in effetti il televoto con il pubblico maggiorenne (eh eh) che sceglie la canzone preferita tra le due proposte, ma influisce solo per il 50% del giudizio finale. L’altro 50% è affidato alla giura della stampa. Immagino che il pubblico abbia votato per una canzone e la giuria per l’altra.

Intermezzo. Carla Bruni si presta a qualunque cosa. Canta LA sua canzone in francese strimpellando la chitarra. Risponde a domande cretine. Si presta ad un triste siparietto con Littizzetto che non sa cantare. Carla Bruni fa tutto questo non togliendosi mai dalla faccia quell’espressione un po’ così, come quella di una che ti sta facendo un grandissimo favore anche solo nel condividere con te la sua stessa aria. Sono innamorato.

Malika Ayane porta due canzoni scritte da Giuliano Sangiorgi, due canzoni veramente brutte. Avevo delle aspettative più alte considerando che l’ultimo singolo mi era piaciuto. Indossa un lungo abito nero con un’enorme spaccatura sulle spalle che mette in risalto un gigantesco tatuaggio. “Si è tatuata dei fiori per venire a Sanremo”, spiega Fazio ad una curiosa Littizzetto la quale – stranamente – si lascia scappare l’occasione per una battuta del tipo “E quando va in bagno cosa si fa tatuare?”. Inoltre qualcuno dovrebbe dirle che il look alla Donatella di “Romanzo criminale – La serie” è anche un no. Anyway, le canzoni sono “Niente” e “E se poi”. Passa quest’ultima, dice Neri Marcorè nei panni di Alberto Angela (ma perché?).

Intermezzo. Spunta Bar Refaeli (di nuovo). Si mette alla batteria e la suona per TRE secondi. Sembra promettere bene, ma finisce così, come un coito interrotto, come una scoreggina che non ne vuole sapere di uscire, come uno starnuto che muore nel naso, come uno studente con tutti otto in pagella che finisce a vendere erba dietro la stazione. “Non male per aver preso solo tre lezioni”, ha il coraggio di dire Fazio.

Io agli Almamegretta ci voglio bene. Mi ricordano quando ero giovane e spensierato, quando i prati erano rigogliosi, i raccolti abbondanti, le banche non avevano abbastanza spazio per contenere tutti i soldi dei correntisti, si potevano mangiare anche le fragole e l’IMU non esisteva. Propongono “Mamma non lo sa”, scritta da loro e si augurano che venga scelta per questo, e “Onda che vai”, scritta da Federico Zampaglione. Mi auguro che da qualche parte ci sia un autore che stia scrivendo il format di un nuovo talent show dedicato ad una gara di canzoni scritte esclusivamente da Federico Zampaglione. Filippa Lagerback proclama vincitrice “Mamma non lo sa”. Ciao, Federico, rimani pure a casa con Claudia Gerini a guardare DVD sul divano.

Max Gazzè. “I tuoi maledettissimi impegni” e “Sotto casa”. Avanti la seconda. Lo annuncia TUTTA la squadra femminile di scherma tranne una che è in politica. Gazzè è la prima delusione della serata.

Annalisa. “Scintille”, bella. “Non so ballare”, brutta. Dirige l’orchestra il mitico Fio Zanotti. Anche Annalisa è una a cui ci voglio bene. Me la ricordo ancora quando era alta così, indossava sempre la tutina e mangiava lo zucchero filato. In tanti anni di “Amici” credo che sia una delle voci più interessanti – se non l’unica – che sia uscita da quel talent. Il suo unico (e gigantesco) problema è che non ha autori all’altezza della sua voce. Voglio dire, se anche Giusy Ferreri ha avuto la fortuna di trovarsi Tiziano Ferro come autore del suo album di debutto, perché non c’è un’anima pia che si prenda cura di Annalisa? Magari venderà qualche disco di meno, ma chi se ne frega. Momento meta: Carlo Cracco dal talent “Masterchef” proclama la canzone vincitrice di Annalisa dal talent “Amici” in perfetto stile talent: “La canzone che passa al televoto è… è… è…”. È??? “Scintille” e vorrei anche vedere.

Intermezzo. Bar Refali (di nuovo) chiama sul palco il cantante israeliano Asaf Avidan. Il cantante israeliano Asaf Avidan canta con la voce dei politici cammuffate a “Blob” in tempi di par condicio. Alla fine della sua esibizione, Fazio gli chiede di rifare solo “il refrain” a cappella. Giustamente quello gli chiede “Che parte vuoi che faccia, Fabio? Il chorus, per caso?”.

Ultimi in scaletta gli Elio e le Storie Tese. Dirige il maestro Peppe Vessicchio. Cantano “Dannati forever”. Sono vestiti da chierichetti. Ad un certo punto Elio dice “continuamente pisello toccato”. Tutto molto in stile Elio, tutto molto orecchiabile. Poi tocca a “La canzone mononota”, un esercizio di stile piuttosto virtuoso. Passa quest’ultimo brano, lo annuncia un Roberto Giacobbo inaspettatamente alto. E grosso. Seconda delusione della serata.

Intermezzo. Marcoré veste i panni di Alberto Angela, Fazio quelli del padre Piero. La scusa è quella di spiegare scientificamente il funzionamento del regolamento dei giovani. Sento l’urgente bisogno di un catetere.

Tg1 a tradimento. Il Papa a sorpresa dice messa.

I giovani. Renzo Rubino propone “Il postino (amami uomo)”. Il Cile porta “Le parole non servono più”. Irene Ghiotto canta “Baciami?”. I Blastema si esibiscono con “Dietro l’intima ragione”. (Urca, che bravo a trovare sinonimi che sono!). Non mi piace nessuno, confido nei prossimi quattro giovani.

Intermezzo. Bar Refaeli (di nuovo). Spot alla città.

I due giovani che passano il turno sono Rubino e i Blastema.

Prima dell’ennesima pubblicità, Fazio chiede a Fiorellino (ancora lui?) di salire sul palco e d’improvvisare un saluto. Cantano “Vecchio frac”, oltugheder, anche Littizzetto che ha il microfono spento. E finisce come era iniziato. “GRAZIE, MIMMO!”.

Cose a caso. Fiorellino (ancora lui?) che lancia una bottiglietta d’acqua a Kekko dei Modà, disidratato dopo il primo pezzo. Elio che urla “Grazie, Italia!” dopo il verdetto della canzone vincitrice, neanche avesse vinto il Festival. Malika Ayane che sbotta con Fazio e gli dice: “Insomma, si pronuncia Agliàn!”. Irene Ghiotto è un ibrido tra Rosemary Woodhouse e la cantante degli Edward Sharpe and the Magnetic Zeros. La netta sensazione di vivere nel 1993 si è materializzata quando è partita “Dreams” (poi ho cambiato canale e su MTV Jarebe de Palo tagliava i capelli ad Alanis Morissette).