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Tag Archives: antonella ruggiero

SIGLA:

Indeciso se scrivere o meno della serata d’apertura di Sanremo, stavo pensando che il momento più riuscito sono stati i primi venti minuti. Quelli in cui due operai salgono su un traliccio del teatro e minacciano di buttarsi se Fazio non leggerà la loro lettera. È a quel punto che il conduttore decide di non trasformare quel momento in tv del dolore. Non si mette ad accarezzare i due, a dir loro «Va bene, ma adesso scendete prima di farvi del male», non si mette a fare l’eroe della situazione, ad arrampicarsi verso i due disperati, a mettere in primo piano la loro sofferenza. È a quel punto che il conduttore decide di non essere la vittima della situazione. Non si lascia trascinare dagli eventi, non lascia che la protesta di due operai diventi protagonista – certo, non più di quanto già non sia -, mette in dubbio la loro storia («Io non ho modo di verificarla»), si limita ad una parafrasi della lettera e la legge per sommi capi solo dopo l’esibizione di Ligabue. Non solo, ma rivolge a quei due operai delle parole che sembrano essere state preparate per un eventuale confronto con Grillo che aveva annunciato che sarebbe salito sul palco. Siamo qua per divertirci e per distrarci dai problemi di tutti i giorni, non è questo il posto adatto per affrontare temi politici, al via la gara, dice in sostanza. Ecco, se il momento più riuscito, quello in cui Fazio ha mantenuto il controllo della situazione per tutto il tempo (e quello che ha lasciato più dubbi irrisolti: come hanno potuto due disoccupati permettersi il biglietto del Festivàl? come hanno fatto a salire sui tralicci senza che nessuno se ne accorgesse? la security è stata pagata? c’era la security?), è l’unico improvvisato, forse c’è qualcosa che non va nel Festivàl. O forse c’è qualcosa che non va nel mio gusto personale, visti i risultati d’ascolto.

Perché, il resto del Festivàl, la parte scritta, sa di un déjà vu disarmante.

A partire da quel «Sanremo e Sanromolo» d’apertura in cui Pif ripropone il format de “Il testimone” versione Sanremo (la prima edizione de “Il testimone” è del 2007 e c’è stata anche una versione al cinema), passando per Ligabue che celebra un cantante morto quindici anni fa con una canzone di trent’anni prima, arrivando a Raffaella Carrà, una signora di settant’anni, che canta e balla – senza avere nulla da invidiare alle ventenni che la circondano, tra l’altro – il suo successo del 1983. Senza tralasciare Yusuf Islam – che viene chiamato “Yusuf Cat Stevens”, anche se ha adottato il nuovo nome dal 1977 – che commuove la platea e fa alzare tutti in piedi con una canzone sua del 1970 e, prima, con una canzone non sua del 1967 (o era forse un modo del Festivàl di ricordare Castagna?). Ma, soprattutto, c’è stato quel momento imbarazzante e infinito con Laetitia Casta. Quello in cui si sono giocate tutte le carte giocabili: il primo incontro dopo anni, l’occasione sprecata di chissà quale amore romantico, la dichiarazione, la sostituzione a sorpresa di Casta con Littizzetto, Casta che canta in italiano, Fazio in francese, Fazio con lupetto nero da esistenzialista, Fazio con l’impermeabile, Fazio che canta canzoni stracciamaroni francesi, Casta che ribatte con un “ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?”. No, ma parliamone. Parliamo di come ci sia stato un gruppo d’autori che sia seduto a tavolino e abbia detto: «Bene, abbiamo un ospite francese, facciamo un po’ il punto di tutti i cliché sulla Francia che ci vengono in mente e poi facciamola cantare ché a Sanremo si viene per cantare». Che è esattamente quello che fa Barbara d’Urso ogni pomeriggio. Quando ha dovuto intervistare il belloccio de “Il segreto” si è armata di rosa rigorosamente rossa tra i capelli, di ventaglio, di un abito rosso e nero da ballerina di flamenco, e di “esse” alla fine delle parole e via a chiedere al tizio in questione qualche dettaglio della sua vita sessuale. E, allora, magari uno (io) si aspetterebbe di vedere qualcosa di diverso al Festivàl. Attesa delusa.

Infine ci sono state anche quattordici canzoni in gara presentate da sette cantanti che si sono inseriti nel contesto sanremese adattandosi perfettamente, ognuno portando la copia di se stesso. C’è Arisa che canta di un amore finito male e perde qualche nota, c’è Frankie Hi-Nrg che, passati i quaranta, continua ancora a fare il quindicenne tutto maglietta e reggaeton, ma la pancia lo tradisce, c’è Ruggiero che dà fiato alla lirica, c’è Gualazzi al piano e il coro gospel di “Like a Prayer” alle sue spalle, c’è De André (figlio) con un ritornello in genovese, ci sono i Perturbazione che cantano le uniche due canzoni decenti della serata e quella che non passa è la mia preferita (sì, anch’io sono un cliché vivente, tanto piacere) e c’è l’ennesima versione di Giusy Ferreri che non ha ancora trovato la sua strada. Non ti preoccupare, Giusy, capita.

ovvero la serata dei duetti che duetti non sono, almeno non per tutti, in cui il Festival celebra se stesso. Ma ti ricordi i tempi nei quali i cantanti erano obbligati a riarrangiare il loro brano e si dovevano inventare una collaborazione altrimenti venivano cacciati via per regolamento? Che bei tempi, quelli, signoramia.

SIGLA

Si chiama Sanremo Story la quarta serata del Festival ed è dedicata al ricordo delle canzoni delle edizioni passate. Ogni cantante ne sceglie una e ne dovrebbe dare una nuova interpretazione – sì – magari duettando con un collega. In realtà solo cinque artisti su quattordici sono accompagnati (sei, se consideriamo i ballerini di Ayane che però non cantano), non proprio una chiamata a cui si poteva dire di no.

Malika Ayane, “Cosa hai messo nel caffé”, Riccardo Del Turco, 1969. È accompagnata da due ballerini, Paolo Vecchione e Thomas Signorelli, gli stessi del video di “Tre cose” che tanto abbiamo imparato ad amare la scorsa estate (si capisce l’ironia?). Come in quel video fanno le mossette e muovono un sacco le mani, lei ci prova ma non è un pezzo di legno, di più. Tutto sommato ne esce una cosa innocua e simpatichina in salsa soul. Durante la presentazione mi distraggo e mi sembra di sentire che questa canzone fosse stata proposta da Livia Del Turco. True story.

Daniele Silvestri, “Piazza Grande”, Lucio Dalla, 1972. È solo, indossa una coppola, mantiene l’arrangiamento originale, gli trema la voce quando pronuncia il nome di Dalla. Finiti i compiti può andare a cenare e accendere la tv sui cartoni animati, ma solo per mezz’ora.

Annalisa, “Per Elisa”, Alice, 1981. Duetta con Emma che butta respiri ansiogeni fin dall’attacco. Annalisa sparisce un po’ di fronte alla prepotenza di Emma e per non essere da meno si mette a gareggiare a chi urla di più. Ci sono brani musicali che dovrebbero essere trattati come reliquie sacre, questo è uno di quei casi. Ah, vorrei dire a Fazio che io nel 1981 riempivo pannolini di merda, nel 1789, invece, non ero ancora nato, ma so lo stesso cos’è successo quell’anno.

Marta sui tubi, “Nessuno”, Wilma De Angelis e Betty Curtis, 1959. Cantano con Antonella Ruggiero, che è la miglior cantante italiana dal dopoguerra ad oggi. Cos’altro vuoi aggiungere? Niente e infatti ascolti in religioso silenzio.

Raphael Gualazzi, “Luce (Tramonti a nord est)”, Elisa, 2001. Brutto momento. La canta quasi parlando, facendo un sacco di robe jazz al piano che anche no. Dice l’interessata che le è piaciuta questa versione, vabbè, facciamo finta di crederci. Nota a margine, Elisa è stata una delle prime a mettere un sottotitolo tra parentesi, vado a memoria, però.

Modà, “Io che non vivo”, Pino Donaggio, 1965. Alla fine Fazio fa due domande a Kekko dei Modà per riempire un buco in attesa che cambino gli strumenti sul palco e Kekko dei Modà si mette a raccontare di quella volta che Donaggio gli ha detto “Ma perché la cantate adesso e non aspettate il cinquantenario?”, poi il palco è pronto e Fazio interrompe il racconto di questo fantastico aneddoto.

Simone Cristicchi, “Canzone per te”, Sergio Endrigo, 1968. Se la prima serata Cristicchi aveva solo gli occhi rossi, alla quarta è tutto un bruciore in faccia. Dai che è quasi finita.

Simona Molinari con Peter Cincotti, “Tua”, Jula De Palma e Tonina Torrielli, 1959. Franco Cerri dà un tocco di classe all’esibizione, ma l’equilibrio con il trash viene ristabilito dall’improponibile abito di Molinari. La vera novità è che Cincotti suona il piano. Seduto.

Maria Nazionale, “Perdere l’amore”, Massimo Ranieri, 1988. Se sei di Napoli e ti propongono di scegliere un brano tra tutti quelli passati a Sanremo in oltre sessant’anni, hai forse scelta? No, sei obbligata a cantare il brano con cui un altro napoletano ha vinto. Punto. Poi, se non lo rendessi ancora più melenso di quanto già non sia, sarebbe carino da parte tua. Lo sappiamo che sai cantare, l’abbiamo capito. Picco ormonale nel pubblico.

Marco Mengoni, “Ciao amore ciao”, Luigi Tenco, 1967. È vestito decentemente, niente ciuffo sulla fronte, a stento trattiene l’emozione, sul finale è pronto a scoppiare in lacrime. Non ho capito perché (se è la vicenda di Tenco in sé che lo commuove, se la canzone gli ricorda dei fatti suoi), so che dovrei dire “che tenero” ma mi ricorda Fabio De Luigi che imita Miguel Bosé.

Elio e le Storie Tese, “Un bacio piccolissimo”, Robertino, 1964. Li accompagna Rocco Siffredi che parte col botto con la battuta “Scusate se sono troppo rigido”. Picco di risate tra il pubblico. E niente, pensavo che Robertino aveva diciassette anni quando cantava di far l’amore al chiaro di luna e che oggi, cinquant’anni dopo, facciamo i moralisti con gli adolescenti sessualmente attivi.

Max Gazzè, “Ma che freddo fa”, Nada, 1969. Altro pezzo storico della musica italiana, uno dei miei preferiti, altra versione massacrata. Gazzè non ne ha voglia, fa il compitino pensando ad altro, con un occhio sulla televisione, l’altro su Sorrisi e Canzoni. Meno male che tutto ha una fine.

Chiara, “Almeno tu nell’universo”, Mia Martini, 1989. Se lei era la migliore all’ultimo “X Factor” viene da chiedersi quanto scadenti fossero gli altri.

Almamegretta, “Il ragazzo della via Gluck”, Adriano Celentano, 1966. Manca Raiz, in compenso c’è il mondo su quel palco: James Senese, Marcello Coleman e Clementino. Quest’ultimo ha trent’anni – ma ne dimostra di più – ed è vestito come “Carletto il principe dei mostri”. Marcello Coleman ha i rasta, fa finta di non ricordarsi le prime parole della canzone ma le recupera in fretta, conclude con un “lasciate crescere l’erba” una versione de “Il ragazzo della via Gluck” in stile reggae. Picco di accessi alla pagina Wikipedia dello Shabbat.

I superospiti. Quei grandissimi figli di (cit. Littizzetto), Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi mettono in scena una gag che si rifa alla disorganizzazione del loro Festival del 1989. Ah, che bella cosa l’autoironia, signoramia! Tognazzi fa anche uno sketch con dei capelli posticci; mi auguro solo di non diventare mai uno di quelli che rimpiange continuamente di aver perso i capelli. La moglie e due figli (compreso Leonardo che ha ventitré anni ma rimarrà marchiato a vita dal soprannome di Leonino) di Mike Bongiorno inaugurano una statua dedicata al presentatore. Una statua brutta come brutto è stato questo momento di televisione. Compare Pippo Baudo, imbolsito e senza tinta, in eterna competizione con Bongiorno anche da morto, ma ruba immediatamente la scena a Fazio e Littizzetto. È un professionista, è inutile negarlo, su quel palco si trova a suo agio, sa come gestirlo e come gestire il pubblico. Peccato che a 77 anni il suo rifiuto di togliersi dalle scene e di godersi una meritata pensione risulti piuttosto grottesco. Stefano Bollani incanta tutti. Ad un certo punto chiede al pubblico cosa vorrebbe che suonasse e il pubblico si lascia sfuggire l’occasione per richiedere pezzi storici del repertorio sanremese come “Fiumi di parole” o “Siamo donne” (oltre le gambe c’è di più). Un capitolo a parte meriterebbe il pubblico in sala. Caetano Veloso va visto e basta. Dopo mezzanotte fa la sua apparizione José Moreno con il pupazzo Rockfeller che non risparmia battutine volgari verso Littizzetto. Vorrei vivere in un mondo in cui i pupazzi di trent’anni fa non fossero considerati superospiti.

I giovani. Vince Antonio Maggio con “Mi piacerebbe sapere”, com’era facilmente prevedibile. La vittoria a “X Factor” non gli portò particolare fortuna, staremo a vedere. Ammetto che la canzone rimane facilmente in testa e dopo qualche ascolto si sa già a memoria, facile prevedere che le radio ci andranno a nozze. Maggio vince anche il premio della sala stampa radio-tv-web “Lucio Dalla”, mentre Renzo Rubino intasca il premio della critica “Mia Martini” per “Il postino (Amami uomo)”. Piuttosto scontato anche questo. Per niente scontato il premio per il miglio testo a Il Cile con “Le parole non servono più”. Il Cile riceve il premio dalle mani di Caetano Veloso. Il Cile non guarda neanche in faccia Caetano Veloso che gli sta consegnando un premio. Il Cile è il Male.

Tg1 a tradimento. Poco Papa, tanto Monti.