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Ieri a “Forum” è andata in onda questa causa.

Un signore vorrebbe rientrare nella ditta che aveva ceduto alla figlia sette anni prima; la figlia si rifiuta. Si rifiuta perché non ha ancora perdonato al padre di aver divorziato dalla madre dopo che l’uomo aveva iniziato una relazione con una prostituta, poi diventata sua compagna, nonché madre di un bambino di cinque anni.

Questa la causa in sé, ma abbiamo imparato negli ultimi anni che “Forum” non ruota intorno alla causa ma al dibattito alla causa, quello che vede Rita dalla Chiesa, Fabrizio Bracconeri, Marco Senise e il pubblico in studio protagonisti di un gioco delle parti nel quale ogni voce porta avanti un punto di vista diverso. Peccato che questo non sia accaduto nella causa in questione. Le voci dei tre conduttori erano unisone nel condannare la figlia. Solo Bracconeri ha manifestato qualche timido accenno di dissenso, lasciato cadere velocemente. Per il resto si è cercato di normalizzare la situazione il più possibile. Dalla Chiesa dice che è una situazione normale, nel senso che è normale che un marito lasci la moglie per un’altra. Lascia intendere, la conduttrice, che ci sia una certa pruderie nel caso in questione perché l’altra è una prostituta, più giovane di vent’anni; chi giudica è un bacchettone, “quante prostitute travestite da Santa Maria Goretti ci sono in giro, eh?”. Attenzione ai passaggi.

Intanto le parole assumono un ruolo importante: le “prostitute” smettono di essere tali per diventare “escort”. La prostituzione è un mestiere come tanti. La differenza d’età smette di essere un riflesso della giovane donna a caccia di una preda facile da imbambolare per sistemarsi fino alla pensione, diventa un caso della vita, un “può succedere”. Il ruolo dell’arrampicatrice sociale lascia il passo all’amore, quello vero. Lei faceva la escort, poi ha conosciuto un uomo sposato, si è innamorata, ha smesso il mestiere, ha creato una famiglia con quell’uomo, una famiglia che ha retto la prova degli anni. Infine il tentativo di universalizzare l’esperienza. Quello per cui si può dire “Sì, vabbè, ma alla fine tutte le donne si mettono in vendita per conquistare un uomo; c’è chi si fa pagare in soldi, chi si fa mantenere in un altro modo”.

Diceva quello che è morto qualche giorno fa – buono solo per qualche citazione ad effetto – che “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.

Due giorni prima che vada in onda uno speciale del Tg5 dedicato al caso Ruby che si ripromette di raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità, a ventiquattr’ore dalla ripresa del processo, un giorno prima della manifestazione contro la magistratura politicizzata promossa dal PdL – ad un certo punto Dalla Chiesa si lascia sfuggire un “ci sono anche avvocati che sono delle zeta, con tutto il rispetto per la professione” – il canale di punta di Mediaset manda in onda una trasmissione che si occupa in gran parte (un’ora dell’ora e mezza di trasmissione a disposizione, pubblicità escluse) di raccontare come a vent’anni si possa fare l’escort e di come quell’esperienza possa essere una redenzione per approdare all’Amore con la “A” maiuscola – quello per un uomo, ma anche quello per un figlio, notare le convergenze. E sono d’accordo con Gilioli quando sottolinea l’anormalità di un Paese in cui un ex Presidente del Consiglio può permettersi di raccontare per due ore, in una trasmissione all’interno di una rete televisiva di cui è il proprietario, il suo punto di vista, senza contraddittorio, allestendo una visione edulcorata e per novizie di quello che le realtà giudiziarie hanno ricostruito negli ultimi anni. Non è normale che accada, non è normale che un Paese civilizzato non abbia una legge sul conflitto d’interessi, non è normale che una magnate dei media sia in politica da vent’anni. Ma trasmissioni come quella di domani sera non mi preoccupano più di tanto perché si manifestano per quello che sono: una messa in scena il cui unico scopo è quello di raccontare un mondo di fantasia ad uso e consumo del padrone, dei suoi galoppini e dei suoi sostenitori.

Quella trasmissione è rivolta a chi condivide quel pensiero – Arcore era teatro di cene eleganti, le escort non sono prostitute, la prostituta fa un mestiere come un altro, e comunque beato lui che è ancora in grado di soddisfare una ventenne – e non cerca altro che conferme alle proprie tesi, alla ricerca di materiale per poter controbattere chi provi ad argomentare in maniera opposta al bar.

Quello che mi spaventa di più sono trasmissioni come “Forum”, quelle cioè che, almeno sulla carta, non sono propriamente trasmissioni che si occupano di politica in senso stretto, ma che consegnano al loro pubblico messaggi propagandistici. Un pubblico che non sempre ha gli strumenti per distinguere la propaganda politica dalla causa del giorno.

Per la cronaca, il giudice ha dato ragione alla figlia da un punto di vista legale (la ditta appartiene a lei, ne fa un po’ quello che vuole), da un punto di vista morale ha invitato la donna a perdonare il padre dopo anni dalla separazione con la madre.

“Si dovrebbe mettere una mano sulla coscienza – ha chiosato Dalla Chiesa -, anche perché l’esperienza di sua padre in ambito lavorativo potrebbe salvare molti posti di lavoro”.

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RITA DALLA CHIESA: Allora, ci dica come mai si è comportato così, a cosa pensava? Vuole commentare?

UN CONTENDENTE: Be’, come dicevo prima, io…

RITA DALLA CHIESA: Fermo, la interrompo. Mi dicono che dobbiamo andare in nero. Nero./Fermo, la interrompo, mi dicono che dobbiamo dare la linea al Tg5. Tg5./Fermo, la interrompo, che davvero pensava che m’interessasse la sua risposta? Muaaaaaaaaaaa!

UNO A CASO DEL PUBBLICO: …ma parliamo della causa in dibattito…

RITA DALLA CHIESA: Eh, no, eh, non parliamo della causa, per favore. Parliamo del governo cattivo che mette tasse su tasse ai poveri cittadini onesti. Parliamo della gente che non riesce ad arrivare a fine mese. Parliamo dei politici seduti comodi sulla loro poltrona da milioni di euro al mese. Parliamo dell’IMU. Parliamo dei cani abbandonati in autostrada e presi a fucilate dagli organizzatori dei campionati di calcio. Parliamo delle ragazzine che la danno via come non fosse loro in cambio di una ricarica sul cellulare. Parliamo di quel ragazzetto che hanno fatto vedere a “Striscia” ieri sera. Parliamo della truffa smascherata alle “Iene”. Parliamo dei nostri ragazzi – si mette la mano sul cuore e gli occhi le diventano lucidi – in guerra. Parliamo di quella volta che mi hanno rubato la macchina. Parliamo della Chiesa che non lascia che i divorziati facciano la comunione. Parliamo di tutti i miei amici gay. Parliamo di quelle donne che non cercano lavoro per farsi mantenere dall’ex marito. Parliamo di quei padri che non riescono a vedere i figli dopo il divorzio e di quelle madri che sfruttano i figli per punire gli ex mariti. Parliamo della nuova fiction di Raoul Bova. Ma vi prego, vi prego, non parliamo della causa in corso.

Giornata grigia.

Mi sto nutrendo solo di pastina, se continuo così, quest’anno la prova costume non sarà certo un mio problema.

Visto in parte una causa di “Forum” che mi ha ricordato una delle tante trame delle “Desperate Housewives”. C’era una ragazza che si manteneva grazie ad una linea erotica, nel senso che si faceva pagare per spogliarsi di fronte ad una webcam. La (quasi) cognata l’ha scoperta e ne ha fatto un dramma familiare. Il fidanzato era al corrente della situazione lavorativa della ragazza ma non ha retto alle pressioni della famiglia di origine e i due si sono lasciati. La ragazza voleva essere risarcita dalla (quasi) cognata per diffamazione e mancati guadagni. Il pubblico era tutto dalla parte della spogliarellista perché c’è crisi, signora mia, e bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche scendere a compromessi se si può far cassa. In fin dei conti spogliarsi su internet non è poi una gran cosa, non è umiliante, non si vende il proprio corpo, non è come spacciare eroina ai bambini, e poi le ragazze vanno sempre in giro con pochi vestiti addosso. E le veline? Cosa dovrebbero dire le veline? Anche loro si dimenano su un bancone indossando pochi straccetti, si sentono forse umiliate o svolgono un lavoro poco decoroso? Non ho potuto fare a meno di chiedermi se avrebbero fatto lo stesso ragionamento se a spogliarsi in tv o davanti ad un webcam ci fossero state le mogli, le sorelle, le figlie o le madri di persone dalla mentalità tanto aperta. Nei telegiornali successivi, poi, è rimbalzata la notizia che i festini a casa Berlusconi fossero in realtà delle gare di burlesque e che l’ex PresdelCons aiutasse le ragazze perseguitate dalla magistratura. E’ incredibile il tempismo della televisione, alle volte.

Giornata di sole.

Non ho ben capito il motivo del contendere. Lei ha portato in causa Lui perché le avrebbe fatto una scenata in discoteca e il buttafuori se la sarebbe presa con Lei facendo il suo lavoro, buttandola fuori dal locale. Lui sostiene che Lei ci ha provato fino allo sfinimento e che di fronte l’ennesimo approccio Lui avrebbe perso la pazienza e iniziato a urlare; a quel punto Lei si sarebbe messa a rispondergli per le rime e la cosa sarebbe degenerata fino a spingere il buttafuori ad allontanarla. Morale: Lei vuole essere rimborsata del costo dell’ingresso, Lui non ci pensa nemmeno perché la serata è stata rovinata dal comportamento di Lei.

Quello che ho capito è che la causa si è trasformata in una scusa per scatenare le due fazioni del pubblico. Da una parte le ragazze, pronte a sostenere che l’Uomo di una volta non esiste più, che la galanteria è morta e sepolta e che ora si fa a metà anche di una pizza. Dall’altra i ragazzi, che si lamentano che la Donna è cambiata, si è mascolinizzata, si prende quello che vuole.

Rita legge una mail da casa. Un ragazzo racconta di aver fatto tutte le cose proprio a modino con la ex, di aver aperto la portiera quando era ora, di essere andato sotto casa a prenderla, di aver pagato sempre lui la pizza, ma tutto questo non ha impedito a lei di lasciarlo. Perché? Perché le ragazze sono diventate peggio dei ragazzi, dicono di volere la galanteria ma non sanno neanche loro cosa vogliono realmente.

Una ragazza del pubblico – che per rispetto della privacy chiameremo l’Urlatrice – se la prende con la Lei della causa e le dice che sono le donne come lei a rovinare la reputazione delle altre donne, che non si fa, che l’uomo è cacciatore, la donna cacciata, imparasse a rispettare i ruoli.

E la memoria corre all’avvocato Tina Lagostena Bassi, alle battaglie che ha fatto affinché lo stupro per la legge italiana fosse considerato un reato contro la persona e non più contro la morale, ai dibattiti con il collega Santi Licheri sul riconoscimento delle coppie di fatto. Ognuno dei due portava avanti il proprio pensiero diametralmente opposto a quello dell’altro ma questo non impediva al proprio convincimento di essere meno credibile o meno solido. Era una forma di rispetto, quando un pensiero differente non era sinonimo di stupidità. Invece ora la trasmissione che hanno contribuito a creare è diventata qualcos’altro. La legge ha assunto un ruolo meno dominante, un escamotage per un dibattito da talk show nel quale tutto il pubblico, che sia in studio o che comunichi da casa via mail o via Twitter, è chiamato ad esprimere un’opinione su qualsiasi argomento. Tutti si scoprono medici, psicologi, avvocati e moralizzatori. La Morale è quella che la fa da padrona. Quella morale che non c’è più perché poteva appartenere solo ad una mitica età dell’oro che inevitabilmente è scomparsa, quella morale che, quando è presente, è troppo bigotta e chissà dove andrà a finire il mondo di questo passo.

E nel mezzo ci sono le tifoserie, quelle urlate, quelle che il più delle volte non importa cosa hanno da dire, importa che non facciano parlare l’interlocutore, dimostrandogli tutto l’astio nel solo modo conosciuto, gridandolo a squarciagola, per giungere ad una distruzione dell’avversario, vuoi anche solo a parole. Ne gioveranno gli ascolti che devono rimanere alti per mantenere il posto a Canale 5 e per giustificare quasi quattro ore di diretta, ma si perde la qualità per strada e soprattutto si è persa la “mission” di servizio per il cittadino della trasmissione che faceva sì che l’utente meno istruito venisse a conoscenza di eventuali leggi che potessero tutelarlo, a favore di altro. I figuranti raccontano storie più o meno credibili per permettere agli autori di lanciare messaggi anche politici, soprattutto politici (l’emancipazione della donna è vista come una minaccia, i genitori sono sempre portatori di valori positivi, la tradizione e la famiglia vanno preservati come collante della società, la religione è conditio sine qua non di chiunque voglia definirsi cittadino). Il problema nasce quando la propaganda politica ha la meglio su tutti gli altri contenuti, quando i contenuti diventano un motivo come un altro per parlare di messaggi cari a determinati partiti.

E, niente, riflettevo che a prova del fatto che Ci sfiorano: ma toccano gli “altri” c’è l’abitudine dei nostri mezzi d’informazione televisivi (telegiornali, ma anche contenitori d’intrattenimento che si appoggiano a testate giornalistiche) di identificare i casi di cronaca con il solo nome proprio della vittima e/o del carnefice. Abbiamo (avuto) una Sarah, uno zio Michele, una Chiara, un’Erika e così via – temo che non rientrino le Maricica e le Nosheem perché fin troppo esotici, in compenso c’è già pronto un Alessio pronto a scalciare, metaforicamente e non – una sorta di grandefratellizzazione della nera per cui “Pietro del Grande Fratello” o “Alessandra di Amici” vengono sostituiti da “Sarah di Avetrana” o da “Anna Maria di Cogne”. Il che, da una parte, fa sì che ci sia un maggior coinvolgimento da parte dello spettatore che ha più possibilità di riconoscere sé stesso o un amico nella vittima nella triste vicenda (chi non ha tra il giro di amicizie una Sarah? o non conosce un adolescente o il genitore di un adolescente? E’ già più complicato essere amico di una “Sarah Scazzi”), dall’altra si tratta di un’operazione che finisce inevitabilmente per togliere alla vittima una parte di personalità (è di quella Sarah lì che si sta parlando, nata e cresciuta in un determinato contesto familiare, all’interno di un dato periodo storico, con un vissuto riferibile solamente a lei, e non di una Sarah qualsiasi) e che autorizza, a sua volta, il via libera a tutta una serie di possibili generalizzazioni.

E’ sufficiente guardare una qualsiasi puntata di “Forum” che si occupi di giovani, per esempio. I ragazzi vengono descritti come sfattoni, dediti all’alcol che consumano in discoteca a tarde ore della notte, se non nelle primissime ore del mattino; i baristi, complici, vendono facilmente alcolici chiudendo un occhio sull’età, altrimenti i “giovani” riescono a procurarseli da soli nei supermercati, riempiendo il cofano della macchina di chissà dio quali e quante bottiglie. Ci si aspetta il peggio da loro perché Erika ha dimostrato che si può uccidere il fratellino e la madre a diciassette anni, cosa ci potrebbe far dubitare che anche nostro figlio non faccia lo stesso? Sono gli stessi “giovani” dei quali ci mostriamo stupiti per l’eccessiva ed improvvisa aggressività (“E’ sempre stato un bravo ragazzo”) e che siamo pronti a difendere a spada tratta anche se in evidente torto.

 

La vicenda di cronaca nera avvenuta a Novi di Modena (ovvero a quaranta chilometri da dove sto scrivendo) ha tristemente richiamato l’attenzione dei media con mio sommo fastidio. L’uccisione di Shahnaz Begum e di Nosheen Butt, madre e figlia massacrate di botte rispettivamente dal marito e dal fratello perché contrarie alle nozze combinate della giovane con un connazionale pakistano, è stata sfruttata come caso esemplare dell’impossibilità d’integrazione tra Italia e l’Islam; si è voluto vedere nell’omicidio un modello destinato a ricrearsi in ogni famiglia musulmana immigrata nel nostro paese, l’unica alternativa possibile. La seconda generazione di immigrati di fede musulmana sarebbe costretta dai genitori a portare avanti una serie di valori e di tradizioni ereditati dal loro paese d’origine che difficilmente possono adattarsi ad una società progredita come la nostra. Infatti, nel nostro paese civile, per esempio, il delitto d’onore era una realtà fino al 1981. Io ero già nato quando si decise di abrogare la possibilità di uno sconto della pena per un marito che uccideva la moglie sorpresa a letto con l’amante. Per passare poi ad anni più recenti, negli ultimi dodici mesi tra il 2008 e il 2009, una donna su due tra i 14 e i 65 anni ha dichiarato di aver subito una molestia fisica sul luogo di lavoro. Nel 2009 sono state uccise in Italia centodiciannove donne. Nel 76% dei casi, l’omicida è un italiano. Tre su quattro. Eppure accendiamo la telecamera e mandiamo i cronisti in loco quando la cronaca coinvolge gli immigrati. Passeggiando in città in questi giorni mi è capitato di leggere le locandine dei quotidiani fuori dalle edicole che, riportando la notizia di Novi, sottolineavano l’origine pakistana dell’uxoricida (Pakistano uccide moglie che difende la figlia ‘ribelle’; A Novi una lite tra pachistani degenera nel sangue. Donne «troppo emancipate» in famiglia; Novi, difende la figlia che rifiuta le nozze: pachistana uccisa a sassate), come per affermare che certe cose da noi non potrebbero succedere, un italiano non avrebbe ucciso la moglie che si poneva come scudo umano tra lui e la figlia. Noi siamo migliori di questo. Sono loro che sono ancora fermi ad uno stadio di bestialità. I matrimoni combinati sono stati una realtà in un certo periodo storico dell’Italia, ora le cose sono decisamente cambiate, ci appaiono anacronistici e siamo pronti a puntare il dito quando assistiamo a casi del genere. E men che meno accettiamo queste cadute nella brutalità più violenta. Mio padre, assiduo spettatore di “Forum” dalla sua nascita, mi ha detto che, nella puntata di stamattina, una causa ruotava intorno ad un ragazzo musulmano che chiedeva al giudice che la sorella fosse costretta a vivere meno “à l’occidentale” e a sposarsi con un uomo scelto per lei dai familiari. Un tempismo perfetto. Mia madre, invece, predilige programmi come “Pomeriggio Cinque” o “La vita in diretta”. In quest’ultimo la Mussolini si è lanciata in una calorosa filippica contro un immigrato “buono” che, in quanto tale, avrebbe dovuto occuparsi di una solerte attività di bonifica della sua gente, isolando i “cattivi” per evitare che gli italiani mettano nello stesso calderone gli stranieri bollandoli tutti come “brutti, sporchi, ladri e violentatori”. Ne va del loro onore, ha aggiunto.