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Tag Archives: giusy ferreri

SIGLA:

Indeciso se scrivere o meno della serata d’apertura di Sanremo, stavo pensando che il momento più riuscito sono stati i primi venti minuti. Quelli in cui due operai salgono su un traliccio del teatro e minacciano di buttarsi se Fazio non leggerà la loro lettera. È a quel punto che il conduttore decide di non trasformare quel momento in tv del dolore. Non si mette ad accarezzare i due, a dir loro «Va bene, ma adesso scendete prima di farvi del male», non si mette a fare l’eroe della situazione, ad arrampicarsi verso i due disperati, a mettere in primo piano la loro sofferenza. È a quel punto che il conduttore decide di non essere la vittima della situazione. Non si lascia trascinare dagli eventi, non lascia che la protesta di due operai diventi protagonista – certo, non più di quanto già non sia -, mette in dubbio la loro storia («Io non ho modo di verificarla»), si limita ad una parafrasi della lettera e la legge per sommi capi solo dopo l’esibizione di Ligabue. Non solo, ma rivolge a quei due operai delle parole che sembrano essere state preparate per un eventuale confronto con Grillo che aveva annunciato che sarebbe salito sul palco. Siamo qua per divertirci e per distrarci dai problemi di tutti i giorni, non è questo il posto adatto per affrontare temi politici, al via la gara, dice in sostanza. Ecco, se il momento più riuscito, quello in cui Fazio ha mantenuto il controllo della situazione per tutto il tempo (e quello che ha lasciato più dubbi irrisolti: come hanno potuto due disoccupati permettersi il biglietto del Festivàl? come hanno fatto a salire sui tralicci senza che nessuno se ne accorgesse? la security è stata pagata? c’era la security?), è l’unico improvvisato, forse c’è qualcosa che non va nel Festivàl. O forse c’è qualcosa che non va nel mio gusto personale, visti i risultati d’ascolto.

Perché, il resto del Festivàl, la parte scritta, sa di un déjà vu disarmante.

A partire da quel «Sanremo e Sanromolo» d’apertura in cui Pif ripropone il format de “Il testimone” versione Sanremo (la prima edizione de “Il testimone” è del 2007 e c’è stata anche una versione al cinema), passando per Ligabue che celebra un cantante morto quindici anni fa con una canzone di trent’anni prima, arrivando a Raffaella Carrà, una signora di settant’anni, che canta e balla – senza avere nulla da invidiare alle ventenni che la circondano, tra l’altro – il suo successo del 1983. Senza tralasciare Yusuf Islam – che viene chiamato “Yusuf Cat Stevens”, anche se ha adottato il nuovo nome dal 1977 – che commuove la platea e fa alzare tutti in piedi con una canzone sua del 1970 e, prima, con una canzone non sua del 1967 (o era forse un modo del Festivàl di ricordare Castagna?). Ma, soprattutto, c’è stato quel momento imbarazzante e infinito con Laetitia Casta. Quello in cui si sono giocate tutte le carte giocabili: il primo incontro dopo anni, l’occasione sprecata di chissà quale amore romantico, la dichiarazione, la sostituzione a sorpresa di Casta con Littizzetto, Casta che canta in italiano, Fazio in francese, Fazio con lupetto nero da esistenzialista, Fazio con l’impermeabile, Fazio che canta canzoni stracciamaroni francesi, Casta che ribatte con un “ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?”. No, ma parliamone. Parliamo di come ci sia stato un gruppo d’autori che sia seduto a tavolino e abbia detto: «Bene, abbiamo un ospite francese, facciamo un po’ il punto di tutti i cliché sulla Francia che ci vengono in mente e poi facciamola cantare ché a Sanremo si viene per cantare». Che è esattamente quello che fa Barbara d’Urso ogni pomeriggio. Quando ha dovuto intervistare il belloccio de “Il segreto” si è armata di rosa rigorosamente rossa tra i capelli, di ventaglio, di un abito rosso e nero da ballerina di flamenco, e di “esse” alla fine delle parole e via a chiedere al tizio in questione qualche dettaglio della sua vita sessuale. E, allora, magari uno (io) si aspetterebbe di vedere qualcosa di diverso al Festivàl. Attesa delusa.

Infine ci sono state anche quattordici canzoni in gara presentate da sette cantanti che si sono inseriti nel contesto sanremese adattandosi perfettamente, ognuno portando la copia di se stesso. C’è Arisa che canta di un amore finito male e perde qualche nota, c’è Frankie Hi-Nrg che, passati i quaranta, continua ancora a fare il quindicenne tutto maglietta e reggaeton, ma la pancia lo tradisce, c’è Ruggiero che dà fiato alla lirica, c’è Gualazzi al piano e il coro gospel di “Like a Prayer” alle sue spalle, c’è De André (figlio) con un ritornello in genovese, ci sono i Perturbazione che cantano le uniche due canzoni decenti della serata e quella che non passa è la mia preferita (sì, anch’io sono un cliché vivente, tanto piacere) e c’è l’ennesima versione di Giusy Ferreri che non ha ancora trovato la sua strada. Non ti preoccupare, Giusy, capita.

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ovvero quella volta che ho seriamente pensato che il Festival della Canzone Italiana si meritasse tutti quei luoghi comuni che si porta dietro da anni, tutto il disfattismo, tutte le lamentele, tutto il qualunquismo e di come sia una manifestazione vecchia, fatta da vecchi e rivolta a vecchi che dicono di votare Monti ma che, nel segreto delle urne, votano Berlusconi ché gli tira via l’IMU.

SIGLA

Beppe Fiorello sa recitare. Beppe Fiorello sa cantare. Beppe Fiorello sa suonare la chitarra. Beppe Fiorello sa fare le imitazioni. Beppe Fiorello apre la seconda serata del Festival con uno spot di mezz’ora alla sua fiction su Modugno. Cioè: la manifestazione più importante di Raiuno fa pubblicità ad una fiction che verrà trasmessa la prossima settimana, sempre su Raiuno, rivolgendosi al tipico pubblico di Raiuno, i vecchi di cui sopra. Come? Facendo cantare un paio di canzoni di Domenico Modugno a Fiorellino agghindato da Domenico Modugno con tanto di giacca di Domenico Modugno – propria la sua! è un prestito della signora Franca, la moglie di Domenico Modugno, quella vera, che a suo tempo l’aveva prestata anche al fratello in uno dei suoi show, ci ricorda Beppe riuscendo ad infilare Fiorello (Rosario) anche in questo Sanremo. Non solo, ma Beppe Fiorello, impersonando Modugno, con la giacca di Modugno e con la voce di Modugno, almeno nelle intenzioni, canta rivolgendosi direttamente alla signora Franca in prima fila. Riesci ad immaginare qualcosa di più nazionalpopolare, conservatore e rassicurante per un pubblico di vecchi? Io, no. Fiorellino, sì. E se ne va dal palco urlando un “GRAZIE, MIMMO!”.

Spunta Fabio Fazio che annuncia “l’ingresso della sua principessa”.
Spunta Bar Refaeli che muove il labiale dicendo “balengo” rivolta a Fazio mentre Luciana Littizzetto dovrebbe doppiarla. Diciamo che non l’hanno provata molto, ‘sta scenetta. Segue gag sul modello “Eh, ma come sei diventata figa, Lucianina!”.
Spunta Luciana Littizzetto che dà del cretino a Fazio.
Risate registrate.
Ora, in un paese serio, si andrebbe ad occupare l’Ariston ad oltranza, almeno fino a quando non sarebbero resi noti i cachet degli autori di questo simpatico siparietto e poi si andrebbero a prendere le picche.

I Modà sono i primi ad esibirsi. I due brani sono “Se si potesse non morire” e “Come l’acqua dentro il mare”. Il primo è un brano sofferto (si dice così, no?), il secondo è pieno di acuti ad cazzum e di retorica ed è scritto così male che ha buone possibilità di vincere. Non faccio in tempo a formulare quest’ultimo pensiero che Max Biaggi ed Eleonora Pedron – che si presentano così, come una di quelle foto di coppie sui profili Facebook, in-se-pa-ra-bi-li – proclamano vincitrice la prima canzone.

Simone Cristicchi mi ricorda Tricarico con quei capelli ricci, sparati in aria, fini. Ha gli occhi rossi. Canta una canzone che con una botta di originalità ha intitolato “Mi manchi”. La canta malino. Più tardi, su Twitter, dirà che era emozionato perché aveva avuto l’apparizione di Carla Bruni. Troppo sangue alla testa. La seconda canzone è senza Pacco, nel senso dell’autore, ma che simpatici umoristi! S’intitola “La prima volta che sono morto”, contiene la rima isola/asola, cita Pertini, Pasolini e i partigiani, assomiglia a “Le cose in comune” di Silvestri. Standing ovation. Passa la prima, lo annuncia la ventunenne Jessica Rossi, medaglia d’oro di tiro a volo. E tu cosa vincevi a ventun’anni di bello?

Precisazione. Ovviamente ieri non avevo capito il meccanismo di voto. Cioè, c’è in effetti il televoto con il pubblico maggiorenne (eh eh) che sceglie la canzone preferita tra le due proposte, ma influisce solo per il 50% del giudizio finale. L’altro 50% è affidato alla giura della stampa. Immagino che il pubblico abbia votato per una canzone e la giuria per l’altra.

Intermezzo. Carla Bruni si presta a qualunque cosa. Canta LA sua canzone in francese strimpellando la chitarra. Risponde a domande cretine. Si presta ad un triste siparietto con Littizzetto che non sa cantare. Carla Bruni fa tutto questo non togliendosi mai dalla faccia quell’espressione un po’ così, come quella di una che ti sta facendo un grandissimo favore anche solo nel condividere con te la sua stessa aria. Sono innamorato.

Malika Ayane porta due canzoni scritte da Giuliano Sangiorgi, due canzoni veramente brutte. Avevo delle aspettative più alte considerando che l’ultimo singolo mi era piaciuto. Indossa un lungo abito nero con un’enorme spaccatura sulle spalle che mette in risalto un gigantesco tatuaggio. “Si è tatuata dei fiori per venire a Sanremo”, spiega Fazio ad una curiosa Littizzetto la quale – stranamente – si lascia scappare l’occasione per una battuta del tipo “E quando va in bagno cosa si fa tatuare?”. Inoltre qualcuno dovrebbe dirle che il look alla Donatella di “Romanzo criminale – La serie” è anche un no. Anyway, le canzoni sono “Niente” e “E se poi”. Passa quest’ultima, dice Neri Marcorè nei panni di Alberto Angela (ma perché?).

Intermezzo. Spunta Bar Refaeli (di nuovo). Si mette alla batteria e la suona per TRE secondi. Sembra promettere bene, ma finisce così, come un coito interrotto, come una scoreggina che non ne vuole sapere di uscire, come uno starnuto che muore nel naso, come uno studente con tutti otto in pagella che finisce a vendere erba dietro la stazione. “Non male per aver preso solo tre lezioni”, ha il coraggio di dire Fazio.

Io agli Almamegretta ci voglio bene. Mi ricordano quando ero giovane e spensierato, quando i prati erano rigogliosi, i raccolti abbondanti, le banche non avevano abbastanza spazio per contenere tutti i soldi dei correntisti, si potevano mangiare anche le fragole e l’IMU non esisteva. Propongono “Mamma non lo sa”, scritta da loro e si augurano che venga scelta per questo, e “Onda che vai”, scritta da Federico Zampaglione. Mi auguro che da qualche parte ci sia un autore che stia scrivendo il format di un nuovo talent show dedicato ad una gara di canzoni scritte esclusivamente da Federico Zampaglione. Filippa Lagerback proclama vincitrice “Mamma non lo sa”. Ciao, Federico, rimani pure a casa con Claudia Gerini a guardare DVD sul divano.

Max Gazzè. “I tuoi maledettissimi impegni” e “Sotto casa”. Avanti la seconda. Lo annuncia TUTTA la squadra femminile di scherma tranne una che è in politica. Gazzè è la prima delusione della serata.

Annalisa. “Scintille”, bella. “Non so ballare”, brutta. Dirige l’orchestra il mitico Fio Zanotti. Anche Annalisa è una a cui ci voglio bene. Me la ricordo ancora quando era alta così, indossava sempre la tutina e mangiava lo zucchero filato. In tanti anni di “Amici” credo che sia una delle voci più interessanti – se non l’unica – che sia uscita da quel talent. Il suo unico (e gigantesco) problema è che non ha autori all’altezza della sua voce. Voglio dire, se anche Giusy Ferreri ha avuto la fortuna di trovarsi Tiziano Ferro come autore del suo album di debutto, perché non c’è un’anima pia che si prenda cura di Annalisa? Magari venderà qualche disco di meno, ma chi se ne frega. Momento meta: Carlo Cracco dal talent “Masterchef” proclama la canzone vincitrice di Annalisa dal talent “Amici” in perfetto stile talent: “La canzone che passa al televoto è… è… è…”. È??? “Scintille” e vorrei anche vedere.

Intermezzo. Bar Refali (di nuovo) chiama sul palco il cantante israeliano Asaf Avidan. Il cantante israeliano Asaf Avidan canta con la voce dei politici cammuffate a “Blob” in tempi di par condicio. Alla fine della sua esibizione, Fazio gli chiede di rifare solo “il refrain” a cappella. Giustamente quello gli chiede “Che parte vuoi che faccia, Fabio? Il chorus, per caso?”.

Ultimi in scaletta gli Elio e le Storie Tese. Dirige il maestro Peppe Vessicchio. Cantano “Dannati forever”. Sono vestiti da chierichetti. Ad un certo punto Elio dice “continuamente pisello toccato”. Tutto molto in stile Elio, tutto molto orecchiabile. Poi tocca a “La canzone mononota”, un esercizio di stile piuttosto virtuoso. Passa quest’ultimo brano, lo annuncia un Roberto Giacobbo inaspettatamente alto. E grosso. Seconda delusione della serata.

Intermezzo. Marcoré veste i panni di Alberto Angela, Fazio quelli del padre Piero. La scusa è quella di spiegare scientificamente il funzionamento del regolamento dei giovani. Sento l’urgente bisogno di un catetere.

Tg1 a tradimento. Il Papa a sorpresa dice messa.

I giovani. Renzo Rubino propone “Il postino (amami uomo)”. Il Cile porta “Le parole non servono più”. Irene Ghiotto canta “Baciami?”. I Blastema si esibiscono con “Dietro l’intima ragione”. (Urca, che bravo a trovare sinonimi che sono!). Non mi piace nessuno, confido nei prossimi quattro giovani.

Intermezzo. Bar Refaeli (di nuovo). Spot alla città.

I due giovani che passano il turno sono Rubino e i Blastema.

Prima dell’ennesima pubblicità, Fazio chiede a Fiorellino (ancora lui?) di salire sul palco e d’improvvisare un saluto. Cantano “Vecchio frac”, oltugheder, anche Littizzetto che ha il microfono spento. E finisce come era iniziato. “GRAZIE, MIMMO!”.

Cose a caso. Fiorellino (ancora lui?) che lancia una bottiglietta d’acqua a Kekko dei Modà, disidratato dopo il primo pezzo. Elio che urla “Grazie, Italia!” dopo il verdetto della canzone vincitrice, neanche avesse vinto il Festival. Malika Ayane che sbotta con Fazio e gli dice: “Insomma, si pronuncia Agliàn!”. Irene Ghiotto è un ibrido tra Rosemary Woodhouse e la cantante degli Edward Sharpe and the Magnetic Zeros. La netta sensazione di vivere nel 1993 si è materializzata quando è partita “Dreams” (poi ho cambiato canale e su MTV Jarebe de Palo tagliava i capelli ad Alanis Morissette).

E’ la storia di una ragazza sola che cerca di (ri)conquistare il suo lui preparandogli una cenetta galante, tirando fuori le gambe, valorizzate da un vestitino striminzito, e sfoggiando un look che ricorda una versione più salubre e sciatta della Winehouse. Solo che quando suonano il campanello alla porta non c’è lui, ma la vicina che cerca un po’ di sale; il lui della situazione, infatti, non si presenta, lei si butta su di un pollo che sfamerebbe un reggimento, si mette a guardare vecchi film in un minitelevisore guardabile solo da chi può vantare 11/10, infine, nel pieno della nottata, chiama un’amica che corre a consolarla e a spettegolare.

O, forse, è la storia di una tipa che prepara una cenetta galante per la sua tipa iniziando alle sette e mezza di sera. Alle dieci si presenta la vecchia bacucca della vicina che ci vuole provare spudoratamente con la giovincella – perché, diciamocelo, chi è che ha il coraggio di presentarsi dai vicini alla ricerca di sale dopo le venti senza munirsi di un giubbotto antriproiettile? solo una disperata che vuole una scusa per attaccare bottone e da cosa nasce cosa -, ma le va male. La simil Amy, allora, si butta sul cibo, sui vecchi film e sul vino, finché non si fa coraggio e, alle due di notte, si decide a chiamarla, lei arriva, fanno quello che devono fare, cose che noi non vedremo mai perché la canzone sfuma.

Io opto per la seconda.

(nota a margine: ma poi cosa vuol dire esattamente “se fossi qui come questa sera”? O sei presente o non lo sei, a meno che tu non possieda il dono dell’ubiquità. Ma.)