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Tag Archives: parità di genere

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Quando si parla, con un infelice scelta linguistica, di quote rosa nei listini elettorali o nelle aziende mi tornano in mente quelle targhette che già sembravano anacronistiche ai miei occhi da bambino, quelle con la scritta “Vietato sputare” sugli autobus.

Non ho mai visto nessuno prendere una multa perché aveva sputato sull’autobus e una legge che lo vietava mi sembrava superflua, un modo paternalistico per regolare qualcosa che doveva essere dettato dal buonsenso: non si espelle la propria saliva su un mezzo di trasporto pubblico. Semplicemente non si fa. Immaginavo di vedere gli autobus ricoperti da altre mille targhette. “Vietato defecare”. “Vietato tagliarsi i capelli”. “Vietato tagliarsi le unghie”. Perché doveva esistere un cartello (e una legge) che impedisse lo sputo condiviso e non una legge che si occupasse di attività altrettanto riprovevoli da non fare sugli autobus? Evidentemente doveva esserci stato un periodo in cui gli utenti degli autobus ritenessero di avere la prerogativa di poter sputare quando e dove lo desiderassero. Evidentemente doveva essere stato necessario introdurre una legge per far cadere questa abitudine.

In un mondo ideale, non ci sarebbe bisogno di quote rosa.
In un mondo ideale, a parità di mansione, non ci sarebbero differenze sulla busta paga di un uomo e su quella di una donna.
In un mondo ideale, le possibilità di far carriera sarebbero le stesse a prescindere dal genere dei lavoratori.
In un mondo ideale, non verrebbe richiesto alle donne di firmare le dimissioni in bianco per poi rassegnarle una volta incinte.
In un mondo ideale, rimanere incinta non dovrebbe essere d’ostacolo alla carriera, e viceversa.
In un mondo ideale, le mansioni dovrebbero essere assegnate a coloro che hanno più competenze, senza guardare al loro sesso.
In un mondo ideale, una donna che commette un errore dovrebbe essere giudicata una cretina sulla base dell’errore commesso, non ci dovrebbe essere spazio per commenti sul suo vestiario, sul suo trucco, sul suo taglio di capelli, sui suoi tacchi, su quale e quanta parte del suo corpo decide di esporre, sulle sue vere o presunte preferenze sessuali.
In un mondo ideale, non ci sarebbe bisogno delle quota rosa perché basterebbe il buonsenso.

È quello che sta accadendo oggi?

No.

Oggi che abbiamo la possibilità di autoregolamentarci, di decidere da soli a chi affidare il comando, scegliamo di assegnare il potere agli uomini.
Oggi scegliamo di affidare l’80% degli incarichi istituzionali, nazionali o locali, a chi è nato con un pene.
Oggi l’autoregolamentazione passa per un 50/50 nelle poltrone dei Ministeri del governo Renzi, ma su 44 Sottosegretari le donne sono 9.
Oggi l’autoregolamentazione passa per l’assenza di un Ministero per le Pari Opportunità.

Un po’ perché si è sempre fatto così.
Un po’ perché è considerato “naturale” che le portatrici di utero abbiano voglia di sfruttarlo e di farsi una famiglia e, se devono stare a casa dal lavoro per almeno nove mesi, tanto vale non perdere tempo fin da subito e non assegnare loro posti di dirigenza.
Un po’ perché a quale uomo farebbe piacere essere comandato da una donna? Già lo fanno a casa!

Introdurre le quote rosa significa questo, significa dare una chance alle donne, per legge. Significa ripartire da zero. Significa dire, ci sono 50 uomini e 50 donne che lavorano a questo progetto, ora non ci sono più scuse, ora va avanti chi è capace di dare il contributo più grande. È una forma di paternalismo da parte dello stato? Sì, in parte è anche quello, ma è anche un modo per prendere coscienza di una situazione discriminatoria che non può più essere tollerata e che, se lavoreremo bene e se saremo fortunati, i nostri figli troveranno anacronistica.

L’immagine è tratta da questo video.

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