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Tag Archives: reading

  1. non leggerebbe mai un libro di cui conosce il finale
  2. non ama farsi intervistare, preferisce essere lei quella che fa le domande
  3. ama leggere brani dei suoi libri (e lo fa anche discretamente bene)
  4. è più una tipa da gatti che da cani
  5. scrive di notte
  6. fa durare “Le invasioni barbariche” tre mesi all’anno perché non riesce a conciliare la scrittura con la conduzione televisiva
  7. sostiene di non aver detto nulla del cane a Monti, quella volta là, e che il Presidente le avesse espressamente chiesto la birra
  8. il fratello del protagonista è il personaggio preferito dal marito
  9. avrebbe voluto interagire di più con il pubblico (vedi punto 2)

Il nuovo romanzo di Daria Bignardi si chiama “L’acustica perfetta”. Non l’ho ancora letto. Di “Un karma pesante” avevo scritto su aNobii (alla cui recensione non riesco a mettere un link): “La lettura è scorrevole, ma come passano le pagine anche il suo contenuto ti passa attraverso lasciandoti poco, se non nulla. A distanza di mesi la cosa che più mi è rimasta impressa è la gag del gatto e delle sue due famiglie, per dire, qualcosa di assolutamente marginale.” Tuttavia la presentazione di questo nuovo libro mi ha incuriosito molto.

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Capisco tutto, eh. Capisco che non sia facile mettersi in discussione. Capisco che la prima volta porti sempre con sè una certa dose di emozione e di timore. Capisco che leggere sia davvero difficile, un’arte, potrebbe affermare qualcuno. Capisco che confrontarsi con due grandi autrici contemporanee sia rischioso. Capisco che vedersi il giorno stesso con il tuo compagno di avventura per provare “un’ora di jam session”, come è stata introdotta dal presentatore, non sia il massimo dell’organizzazione, ché, tutt’al più, devi dare l’impressione che stai improvvisando, non improvvisare sul serio, anche il gesto più spontaneo deve essere studiato a tavolino. Capisco che sei in un auditorium e non nel tuo ambiente naturale davanti ad una macchina da presa e che non ci sia nessuno a mostrarti la strada, a dirti dove stai sbagliando o su cosa puntare. Capisco tutto, eh. Però ci sono dei limiti di sopportazione che dopo i primi cinque minuti era evidente che ci avresti fatto raggiungere facilmente. E ti parlo con il cuore in mano, come uno del pubblico che si aspettava molto dalla serata, come uno che ti ha visto in momenti decisamente migliori, perché, se porti in scena un reading che tu stessa hai deciso di curare, mettici almeno un po’ di passione in quello che fai, cerca di dare un senso a quello che stai leggendo, trasforma le parole in emozioni. D’altrocanto, si presume che quello sia il tuo mestiere. Perché, altrimenti, uccidi letteralmente di noia il pubblico che, è vero, non ha sborsato nulla per assistere alla serata, ma è dotato di memoria lo stesso e, quando si presenterà l’occasione, ci penserà due volte prime di tirare fuori i soldi per la proiezione di un tuo film. Devi cercare di attirare l’attenzione di chi ti sta ascoltando, suscitare l’interesse nel testo che hai in mano, altrimenti alla prima occasione la gente scappa. Ti sei accorta che al tuo ritorno dopo la lettura di “Amore” della Lispector in molti non c’erano più? Non tutti hanno fatto come me e sopportato fino alla fine nella vana convinzione che qualcosa potesse migliorare. In molti hanno smesso di applaudire progressivamente. E c’era anche chi faceva partire l’applauso non appena finivi di pronunciare una sillaba, ma temo fosse nella speranza che la tortura fosse vicino alla conclusione. E le pause? Vogliamo parlare di come hai messo le pause un po’ così, alla cazzo di cane? “…perché – pausa nella quale il mio vicino di posto è andato a prenotare una pizza d’asporto, ha ritirato cinquanta euro al bancomat, ha pagato il fattorino, ha portato il figlioletto a lavarsi le mani, ha ingurgitato due tranci di pizza, ha lasciato la parte con più mozzarella al figlio, ha fatto fare il ruttino al pargolo e si sono rimessi a sedere dopo aver educamente separato il cartone della pizza dall’alluminio della Coca Cola (figlio) e della Sprite (padre) – era cieco.” “Sarebbe – altra pausa nella quale un’allegra signora tutta vestita di viola dalla testa ai piedi, incurante di qualsiasi scaramanzia, ha deciso di fare harakiri correndo al piano di sopra e buttandosi sulla telecamera che riprendeva alternativamente le mani di Paolino e l’ovale d’Isabella F., sbagliando clamorosamente mira e finendo per rimanere impigliata nell’ombrello di uno spettatore disattento che non si era accorto che aveva smesso di piovere da almeno sei ore – stato così.” E degli urletti, buttati così per suscitare pathos, che mi dici? E ancora, a voler essere pugnette: “malèssere”, “piède”, “cièco”, “sèmpre”; vabbè che sei di Piacenza, però. Altrimenti puoi avere anche il testo più bello del mondo o quello più corto, ma fai venire due palle così a tutti lo stesso.

(Venerdì si replica con Claudia G. e rimane la pia illusione o consolazione che Laura M. fosse l’appuntamento da non perdere, ma solo perché lo si è perso.)