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Tag Archives: roberto baggio

Bon, terza serata del Festival, giro di boa, tempo di primi bilanci, ma solo dopo la

SIGLA

A livello generale sembra che ci sia stato un tentativo di rinnovare la formula eliminando alcuni drappelli che hanno reso “storico” il marchio di Sanremo in questi anni (dalla presenza di due donne, una bionda e una mora, adibite al semplice ruolo di soprammobile decorativo alla scenografia piena di fiori, dal cambio di abiti ogni mezz’ora celebrato con estenuanti quanto inutili rituali alla fin troppo compostezza del presentatore), allo stesso tempo, però, si è cercato di rincuorare la fascia di pubblico cui la manifestazione si rivolge, cioè il pubblico ultrasessantenne di Raiuno. Mi spiego meglio. Se decidi di eliminare dalla trasmissione più trash della televisione italiana proprio gli aspetti più trash, sei obbligato a concentrarti su altri aspetti, nello specifico le canzoni e la scrittura della trasmissione in sé.

Nonostante Fabio Fazio continui a ripeterlo da tre serate, non credo che le canzoni in gara quest’anno siano particolarmente belle, anzi lasciano molto a desiderare. Questo perché buona parte degli artisti in gara si rivolge direttamente al pubblico che li segue proponendo una canzone che rientra nello stile del cantante. Da Maria Nazionale mi aspetto una canzone da melodramma napoletano, dai Modà una canzone piena di fiati e di buoni sentimenti, da Daniele Silvestri un pizzico d’impegno civile, da Raphael Gualazzi che si sieda al piano e canti con gli occhi chiusi il suo jazz, dagli Almamegretta quello stile da trip music che fa tanto metà anni Novanta. E, puntualmente, queste aspettative vengono appagate. Perfino quei cantanti considerati innovatori e fuori dagli schemi come gli Elio e le Storie Tese quest’anno si sono limitati a proporre un divertisment difficile da eseguire tecnicamente ma che, già al terzo ascolto, risulta stancante. Gli Elii che propongono “La terra dei cachi” arrivano secondi – è una novità, su quel palco non si era mai visto nulla di simile, il pubblico è piacevolmente sorpreso e lo apprezza –, gli Elii che propongono “La canzone mononota” si fermano all’ottavo posto nella classifica parziale. Per farla breve, se questa serata si è aperta con i due conduttori che intonavano una canzone di cui tutti – TUTTI – conosciamo il ritornello, dubito che tra ventitré anni si potrebbe fare lo stesso con una canzone di Sanremo 2013.

La scrittura del Festival sembra sempre piena di buchi. È possibile che nessuno degli autori abbia messo in preventivo, per esempio, che ci sarebbero stati dei vuoti dovuti al ritardo nel cambio degli strumenti sul palco e che si siano limitati a sperare nell’improvvisazione di Luciana Littizzetto la quale non trova niente di meglio da fare che girare intorno al palco per prendere tempo? È possibile che nessuno abbia pensato che qualche ospite potesse dare forfait e non abbia preparato un testo in sostituzione? È possibile che nessuno sia stato in grado di scrivere una chiusa per le ultime due serate e che si sia dovuto rifare il siparietto d’apertura? È possibile che le dinamiche tra Fazio e Littizzetto siano sempre le stesse che abbiamo visto negli ultimi anni a “Che tempo che fa”? Tutte domande retoriche, eh.

Il trash ridotto al minimo si vede soprattutto in Luciana Littizzetto. La presentatrice non è quella a cui siamo abituati, il suo personaggio è stato ridimensionato. Sì, è sempre quella che appare insofferente alla rigidità del protocollo, quella che sbuffa quando deve leggere le regole del televoto, quella che rompe gli schemi tagliando la barba del maestro Vessicchio, quella che non rispetta l’imparzialità del conduttore facendo complimenti a destra e a manca ai cantanti, ma è anche quella che limita le battute volgari, quella che non parla di Walter e di Iolanda (anche se ci sono ancora due serate per recuperare), quella che lascia cadere le provocazioni di uno dei Marta sui Tubi, quella che propone un rassicurante monologo sui maschi che non sanno dire “ti amo” e che si spiaggiano sul divano. Il pubblico lo sa che Littizzetto si sta trattenendo e le riconosce il merito, la ragazza sta provando a crescere. Quando le scappa una battuta sulla politica, il pubblico non si mette a fischiarla, lei non è Crozza che deride il politico di uno schieramento, è una di noi, non vuole prendere in giro la politica ma è stanca di essere presa in giro dalla politica. Quando si mette a ballare completamente senza coordinazione e fuori sincrono rispetto alle altre ballerine sul palco, lo fa con il sorriso in bocca per tutto il tempo. Non importa come balli, ma è importante che tu balli per diffondere la nobile causa. Porta abiti eleganti ma senza essere aggraziata, probabilmente perché non è abituata ad indossarli. È una di noi, una che ha una famiglia da mandare avanti, una che ha la cena da preparare, la spesa da comprare, i figli da accompagnare a scuola, un marito con cui discutere su chi deve caricare la lavastoviglie, una che litiga coi vicini per il troppo rumore dei bambini. Una che, per puro caso, si è ritrovata a condurre la manifestazione più importante d’Italia. Ovviamente non è così, ma ci piace pensarlo. Luciana Littizzetto a Sanremo 2013 è l’alunno un po’ discolo, quello che non sta fermo un momento, che parla a sproposito, che fa ridere la classe con le sue trovate. E che fa ridere anche il maestro ma che finge di rimanere serio e di non vedere quello che il suo alunno sta facendo.

Cose a caso nella terza serata. Simona Molinari e Peter Cincotti sono il duo che si presenta tutti gli anni a Sanremo e di cui non ci ricordiamo mai niente a cinque minuti dalla conclusione, tutti gli anni tocca a qualcuno, quest’anno è toccato a loro, anche se lui prova invano a farsi ricordare come “quello che suonava il piano in piedi”. Marco Mengoni aveva ciuffo alla Michael Jackson. Malika Ayane continua il suo processo di “donatelizzazione”. Chiara era vestita decentemente a ‘sto giro. Max Gazzè non pervenuto. Il pezzo di Annalisa rimane quello che mi ha convinto di più. Simone Cristicchi era tutto rosso in faccia. È già la seconda volta che Littizzetto cita Benedetta Parodi parlando di cucina, chissà la bile di Antonella Clerici. Antony and the Johnsons, momento toccante, soprattutto il discorso che tiene dopo aver cantato. Riesce a dire le stesse cose che aveva detto Littizzetto un’ora prima ma senza quella retorica rassicurante. Leonora Armellini suona Chopin vestita per la prima comunione. Bravissima, eh, ma du’ palle. A rassicurare gli animi ci pensano Roby Baggio che tiene un discorso da fratello maggiore rivolto ai giovani d’oggi (“Fate sacrifici e non fermatevi di fronte a nulla, neanche ad un’operazione alle ginocchia”) e Al Bano che fa tutto il suo classico repertorio (da “Nostalgia canaglia” a “Felicità”, da “EEEEEEVAAAAAA” ai vari “EEEEEEEEEEEE”), peccato che sia simpatico come un gatto attaccato agli zebedei e che non sempre riesca a tenere quelle note che lo contraddistinguono. Qualcuno gli dica che non c’è nulla di male ad andare in pensione.

I giovani. Andrea Nardinocchi, “Storia impossibile”. Ad un secondo ascolto mi sembra il brano migliore tra quelli proposti quest’anno, peccato che il tema del testo sia fin troppo sanremese. Antonio Maggio, “Mi servirebbe sapere”. Ad un certo punto canta anche il maestro che sembra uscito da un cartoon dei Looney Tunes (grosso, coi capelli lunghi, in frac e fazzoletto bianco in mano). Paolo Simoni, “Le parole”. Ricompare il maestro Sabiu che alla fine lancia lo spartito (déjà vu a go-go). Ilaria Porceddu, “In equilibrio”. Canta il ritornello in sardo, cos’altro potresti fare con quel cognome? Passano il turno Maggio e Porceddu.

Tg1 a tradimento. Il papa incontra i sacerdoti romani.

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