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C’è un momento in “The Americans” (sesto episodio, minuto 26) in cui Felicity Porter (t’a ricordi Felicity Porter? Quella che va al college per seguire il tipo che le piace, quello stupidotto ma atletico, poi s’innamora di un altro, più serio e noiosetto, poi quando si mette con il tipo che ha seguito all’inizio lui le chiede “Ma che davvero ti piacevo per tutto questo tempo e non mi hai mai detto niente?”, poi Felicity fa l’errore più grande di tutta la sua vita, l’unico che le ha permesso di tramandare ai posteri il solo esempio di tv verità di J. J. Abrams, ecco lei) si mette a picchiare a sangue la madre di Nick di “New Girl”, le mette la testa sott’acqua, le riempie la faccia di pugni, la chiama “stupid bitch”. Ecco, Felicity, solo una parola. Grazie.

Ieri a “Forum” è andata in onda questa causa.

Un signore vorrebbe rientrare nella ditta che aveva ceduto alla figlia sette anni prima; la figlia si rifiuta. Si rifiuta perché non ha ancora perdonato al padre di aver divorziato dalla madre dopo che l’uomo aveva iniziato una relazione con una prostituta, poi diventata sua compagna, nonché madre di un bambino di cinque anni.

Questa la causa in sé, ma abbiamo imparato negli ultimi anni che “Forum” non ruota intorno alla causa ma al dibattito alla causa, quello che vede Rita dalla Chiesa, Fabrizio Bracconeri, Marco Senise e il pubblico in studio protagonisti di un gioco delle parti nel quale ogni voce porta avanti un punto di vista diverso. Peccato che questo non sia accaduto nella causa in questione. Le voci dei tre conduttori erano unisone nel condannare la figlia. Solo Bracconeri ha manifestato qualche timido accenno di dissenso, lasciato cadere velocemente. Per il resto si è cercato di normalizzare la situazione il più possibile. Dalla Chiesa dice che è una situazione normale, nel senso che è normale che un marito lasci la moglie per un’altra. Lascia intendere, la conduttrice, che ci sia una certa pruderie nel caso in questione perché l’altra è una prostituta, più giovane di vent’anni; chi giudica è un bacchettone, “quante prostitute travestite da Santa Maria Goretti ci sono in giro, eh?”. Attenzione ai passaggi.

Intanto le parole assumono un ruolo importante: le “prostitute” smettono di essere tali per diventare “escort”. La prostituzione è un mestiere come tanti. La differenza d’età smette di essere un riflesso della giovane donna a caccia di una preda facile da imbambolare per sistemarsi fino alla pensione, diventa un caso della vita, un “può succedere”. Il ruolo dell’arrampicatrice sociale lascia il passo all’amore, quello vero. Lei faceva la escort, poi ha conosciuto un uomo sposato, si è innamorata, ha smesso il mestiere, ha creato una famiglia con quell’uomo, una famiglia che ha retto la prova degli anni. Infine il tentativo di universalizzare l’esperienza. Quello per cui si può dire “Sì, vabbè, ma alla fine tutte le donne si mettono in vendita per conquistare un uomo; c’è chi si fa pagare in soldi, chi si fa mantenere in un altro modo”.

Diceva quello che è morto qualche giorno fa – buono solo per qualche citazione ad effetto – che “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.

Due giorni prima che vada in onda uno speciale del Tg5 dedicato al caso Ruby che si ripromette di raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità, a ventiquattr’ore dalla ripresa del processo, un giorno prima della manifestazione contro la magistratura politicizzata promossa dal PdL – ad un certo punto Dalla Chiesa si lascia sfuggire un “ci sono anche avvocati che sono delle zeta, con tutto il rispetto per la professione” – il canale di punta di Mediaset manda in onda una trasmissione che si occupa in gran parte (un’ora dell’ora e mezza di trasmissione a disposizione, pubblicità escluse) di raccontare come a vent’anni si possa fare l’escort e di come quell’esperienza possa essere una redenzione per approdare all’Amore con la “A” maiuscola – quello per un uomo, ma anche quello per un figlio, notare le convergenze. E sono d’accordo con Gilioli quando sottolinea l’anormalità di un Paese in cui un ex Presidente del Consiglio può permettersi di raccontare per due ore, in una trasmissione all’interno di una rete televisiva di cui è il proprietario, il suo punto di vista, senza contraddittorio, allestendo una visione edulcorata e per novizie di quello che le realtà giudiziarie hanno ricostruito negli ultimi anni. Non è normale che accada, non è normale che un Paese civilizzato non abbia una legge sul conflitto d’interessi, non è normale che una magnate dei media sia in politica da vent’anni. Ma trasmissioni come quella di domani sera non mi preoccupano più di tanto perché si manifestano per quello che sono: una messa in scena il cui unico scopo è quello di raccontare un mondo di fantasia ad uso e consumo del padrone, dei suoi galoppini e dei suoi sostenitori.

Quella trasmissione è rivolta a chi condivide quel pensiero – Arcore era teatro di cene eleganti, le escort non sono prostitute, la prostituta fa un mestiere come un altro, e comunque beato lui che è ancora in grado di soddisfare una ventenne – e non cerca altro che conferme alle proprie tesi, alla ricerca di materiale per poter controbattere chi provi ad argomentare in maniera opposta al bar.

Quello che mi spaventa di più sono trasmissioni come “Forum”, quelle cioè che, almeno sulla carta, non sono propriamente trasmissioni che si occupano di politica in senso stretto, ma che consegnano al loro pubblico messaggi propagandistici. Un pubblico che non sempre ha gli strumenti per distinguere la propaganda politica dalla causa del giorno.

Per la cronaca, il giudice ha dato ragione alla figlia da un punto di vista legale (la ditta appartiene a lei, ne fa un po’ quello che vuole), da un punto di vista morale ha invitato la donna a perdonare il padre dopo anni dalla separazione con la madre.

“Si dovrebbe mettere una mano sulla coscienza – ha chiosato Dalla Chiesa -, anche perché l’esperienza di sua padre in ambito lavorativo potrebbe salvare molti posti di lavoro”.

SADIE: They’re all dead.

PETE: What?

SADIE: Jack, Kate, Sawyer…

PETE: I don’t care about the show right now.

SADIE: …Jin, Sun…

PETE: Okay? I need you to just get in the shower, get dressed. Let’s just put it on hold.

SADIE: …Walt, Juliet… All those people.

PETE: Don’t think about “Lost” today. Tomorrow, “Lost”, all day. I can’t wait to hear about it. Jack? No way! Really? Right now, shower.

SADIE: I don’t make fun of your stupid “Mad Men”.

PETE: First of all, I don’t get worked up over “Mad Men”.

SADIE: That’s because “Mad Men” sucks!

PETE: What Don Draper has gone through beats whatever Jack is running from on some fucking island.

SADIE: Bunch of people smoking in an office. It’s stupid!

C’è questo famoso brano delle “Confessioni” di Agostino nel quale il futuro santo racconta di un amico che viene trascinato ai combattimenti tra gladiatori. Lì per lì l’amico fa quello schizzinoso. “Potrete anche trascinare il mio corpo sugli spalti dell’arena – dice, parafrasando un po’ – ma terrò sempre gli occhi chiusi perché a me queste cose che piacciono ai molti fanno ribrezzo”. Solo che l’amico si copre gli occhi ma non si chiude le orecchie e, quando all’apice di un combattimento, sente le grida della folla levarsi alte, l’amico sposta leggermente gli indici e i medi dagli occhi e, bòn, è condannato per sempre. La violenza, il sangue, la tifoseria, lo stare in mezzo a suoi simili che urlano e strepitano, tutto questo contribuisce affinché Agost…, ehm, l’amico di Agostino cada nel terribile giogo della dipendenza dall’arena (spoiler: poi arriva Dio e tutto magicamente finisce). Insomma questo brano – che se vuoi aggiornare potresti pensare ad un mio post schifato su Barbara d’Urso o su Rita Dalla Chiesa o a Pasolini che se la prende con la televisione e l’uomo medio o a Daria Bignardi che manda Matteo Bordone al centro commerciale il sabato pomeriggio, Dio ce ne scampi – mi è tornato in mente guardando l’ultima puntata di “Spartacus” (che poi sarebbe anche la penultima in assoluto, quindi, non leggere se non vuoi spoiler) (per davvero) (oh, io te l’ho detto) quando si verifica un ribaltamento del racconto, la lepre diventa cacciatrice, i cacciatori prede. Come nella prima stagione c’è un’arena piena di gente in visibilio, pronta ad assistere ad una serie di spettacoli mortali. A differenza di quella stagione sugli spalti ci sono gli schiavi e i gladiatori che combattevano sulla sabbia dell’arena. Sono diventati il pubblico in delirio che assiste ai giochi tra urletti e incitamenti alla violenza mentre combattono per la vita e la morte i romani, gli ex padroni del pubblico. E l’atteggiamento di chi assiste allo spettacolo di oggi è uguale a quello di chi assisteva allo spettacolo di ieri. Dateci il sangue, le mazzate, lo show, il brivido, la suspense, e noi siamo felici. Che Agostino, Pasolini, Bignardi, gli autori di “Spartacus” vogliano tutti dirci la stessa cosa? Che quando è in mezzo alla folla di suoi simili l’uomo fa cose che non farebbe mai da solo? Che il rito della violenza è radicato nella natura umana? Che se ne avesse l’occasione anche l’uomo più mite si trasformerebbe in spietato carnefice? Forse. O forse era soltanto una scusa per far vedere un po’ di sangue in un telefilm che deve buona parte del suo successo al sangue (l’altra buona parte è il sesso, che te lo dico a fare? e l’altra buona parte ancora si chiamava Lucy Lawless) e che non mostrava a sufficienza da troppe puntate. Sangue e arena che, invece, sono tornati ora, in base a quel principio di circolarità delle narrazioni di questo tipo, nella mia fine è il mio principio, ecc. ecc.. E sono tornati in maniera spettacolare garantendo a noi menti semplici dedite alla dipendenza dalla violenza uno spettacolo degno di questo nome, una goduria dei sensi per noi che sgranocchiavamo popcorn mentre assistevamo al tracollo di quel romano, figlio dell’Arcinemico della stagione, un pezzo di merda come pochi – il figlio, non l’Arcinemico – e che finalmente trovava la fine che si è meritato (ehi, te l’avevo detto che ci sarebbero stati degli spoiler, cosa vuoi?). Quel tipo di fine che esiste solo nei prodotti di fantasia. Perché nella vita reale si muore a 87 anni di ictus.

  1. non leggerebbe mai un libro di cui conosce il finale
  2. non ama farsi intervistare, preferisce essere lei quella che fa le domande
  3. ama leggere brani dei suoi libri (e lo fa anche discretamente bene)
  4. è più una tipa da gatti che da cani
  5. scrive di notte
  6. fa durare “Le invasioni barbariche” tre mesi all’anno perché non riesce a conciliare la scrittura con la conduzione televisiva
  7. sostiene di non aver detto nulla del cane a Monti, quella volta là, e che il Presidente le avesse espressamente chiesto la birra
  8. il fratello del protagonista è il personaggio preferito dal marito
  9. avrebbe voluto interagire di più con il pubblico (vedi punto 2)

Il nuovo romanzo di Daria Bignardi si chiama “L’acustica perfetta”. Non l’ho ancora letto. Di “Un karma pesante” avevo scritto su aNobii (alla cui recensione non riesco a mettere un link): “La lettura è scorrevole, ma come passano le pagine anche il suo contenuto ti passa attraverso lasciandoti poco, se non nulla. A distanza di mesi la cosa che più mi è rimasta impressa è la gag del gatto e delle sue due famiglie, per dire, qualcosa di assolutamente marginale.” Tuttavia la presentazione di questo nuovo libro mi ha incuriosito molto.

RITA DALLA CHIESA: Allora, ci dica come mai si è comportato così, a cosa pensava? Vuole commentare?

UN CONTENDENTE: Be’, come dicevo prima, io…

RITA DALLA CHIESA: Fermo, la interrompo. Mi dicono che dobbiamo andare in nero. Nero./Fermo, la interrompo, mi dicono che dobbiamo dare la linea al Tg5. Tg5./Fermo, la interrompo, che davvero pensava che m’interessasse la sua risposta? Muaaaaaaaaaaa!

UNO A CASO DEL PUBBLICO: …ma parliamo della causa in dibattito…

RITA DALLA CHIESA: Eh, no, eh, non parliamo della causa, per favore. Parliamo del governo cattivo che mette tasse su tasse ai poveri cittadini onesti. Parliamo della gente che non riesce ad arrivare a fine mese. Parliamo dei politici seduti comodi sulla loro poltrona da milioni di euro al mese. Parliamo dell’IMU. Parliamo dei cani abbandonati in autostrada e presi a fucilate dagli organizzatori dei campionati di calcio. Parliamo delle ragazzine che la danno via come non fosse loro in cambio di una ricarica sul cellulare. Parliamo di quel ragazzetto che hanno fatto vedere a “Striscia” ieri sera. Parliamo della truffa smascherata alle “Iene”. Parliamo dei nostri ragazzi - si mette la mano sul cuore e gli occhi le diventano lucidi - in guerra. Parliamo di quella volta che mi hanno rubato la macchina. Parliamo della Chiesa che non lascia che i divorziati facciano la comunione. Parliamo di tutti i miei amici gay. Parliamo di quelle donne che non cercano lavoro per farsi mantenere dall’ex marito. Parliamo di quei padri che non riescono a vedere i figli dopo il divorzio e di quelle madri che sfruttano i figli per punire gli ex mariti. Parliamo della nuova fiction di Raoul Bova. Ma vi prego, vi prego, non parliamo della causa in corso.

Quello che mi è tornato più volte in mente durante la visione dei primi episodi di “Top of the Lake” è “Twin Peaks”. In una cittadina isolata dal resto del mondo una ragazza, che solo all’apparenza sembra innocente, scompare. Dietro al viso angelicato da ragazza della porta accanto Laura Palmer nascondeva una doppia vita che passava per la dipendenza dalla cocaina e per la prostituzione. Tui Mitcham ha dodici anni, è incinta e sa come impugnare un fucile. Entrambe hanno un diario, entrambe un padre ingombrante. Entrambe le indagini sulle loro scomparse vengono affidate ad investigatori esterni alla comunità. Dale Cooper registra spesso dei nastri per una misteriosa “Diane” (la moglie? la segretaria? entrambe?), ma, arrivato a Twin Peaks, si sente attratto da un’altra donna; Robin Griffin coglie l’occasione della malattia della madre per allontanarsi dal fidanzato Steve proprio quando lui le propone di sposarlo, lui le manda messaggi e le telefona di continuo (e mi auguro che non venga mai mostrato in faccia), ma lei ha un conto in sospeso con il primo amore. Poi ci sono i personaggi giudicati un po’ pazzarielli dal resto della comunità (le due signore che vanno in giro con un ceppo in mano da una parte e completamente nuda dall’altra), il cervo appeso ai muro negli uffici, e poi, ovviamente il lago, quello sulle cui rive riemerge il corpo di Laura, quello in cui Tui cerca di annegare (ma è anche il lago in cui è morto il padre di Robin e quello da cui riemerge il cadavere di Platt, il quale, per inciso, si chiama Bob).

Mentre l’adattamento italiano è ormai una realtà che a giorni muoverà i suoi primi passi in mezzo a noi – questo è stato il mio sobrio commento al suo annuncio da parte di Castellitto a “TV Talk” ormai qualche mese fa – mi sono guardato la terza e ultima stagione del telefilm originale* a soli due anni dalla sua messa in onda.

Mi è piaciuto? Mmm.

Dianne Wiest è stata sostituita dalla più giovane Amy Ryan nel ruolo della terapista barra supervisore di Paul e gli autori hanno deciso di affrontare la dinamica più scontata tra tutte quelle che si potevano instaurare tra i due, ovvero quella sentimentale. Il limite di questa dinamica è la sua frettolosità. Dopo pochi episodi, Paul rivela ad Adele la sua attrazione recuperando uno schema comportamentale a lui caro, la ricerca dell’escamotage pur di non dover realmente entrare in analisi. È un rapporto paritario quello che chiede ad Adele, immagina se stesso mentre cena con lei degustando un bicchiere di vino e discutendo dei loro pazienti. Adele, dal canto suo, riesce a mantenere la distanza che la professione richiede fino al loro penultimo incontro e solo nell’ultima puntata aprirà un reale spiraglio ad un’eventuale relazione, ma sarà Paul a decidere d’interrompere il flirt e la terapia. Se si decide d’introdurre un twist nella trama nell’ultima di sette settimane a disposizione, si decide di buttare via il senso di quello che la stessa trama ha costruito negli episodi precedenti, soprattutto se gli episodi precedenti non hanno contribuito a creare le motivazioni di quel colpo di scena. Cosa spinge Adele a cambiare idea? Perché d’un tratto decide di mettere da parte la sua deontologia professionale per crogiolarsi nella fantasia di un’eventuale relazione con Paul? Non lo sapremo mai. Un po’ perché la struttura della serie ruota attorno a Paul e al suo punto di vista – Adele e i pazienti di Paul svolgono una funzione di cartina tornasole dello stesso Paul con la notevole differenza che Adele non racconta mai nulla di sé, si limita a registrare i pensieri di Paul –, un po’ perché gli sceneggiatori non hanno voluto farcelo sapere. Probabilmente lasciare un’ambiguità di fondo fino all’ultimo episodio voleva essere un richiamo all’episodio finale della prima stagione, quando il pubblico non era in grado di comprendere quali sarebbero state le mosse di Paul, se avrebbe deciso di spostare la relazione medico/paziente con Laura su un livello più carnale o se si sarebbe limitato ad indirizzare Laura verso un collega con il quale la donna avrebbe potuto continuare la terapia, ma nella prima stagione c’erano stati ben 42 episodi che avevano contribuito a creare quel clima ambiguo e di possibilità che avrebbe finito per confluire nei cinque minuti finali. L’aspetto più deludente è che, almeno sulla carta, ci sarebbero stati tutti gli elementi per una storyline più accattivante: Adele ha qualche anno in più di Laura e molti meno di Gina, è sufficientemente matura ma non così troppo per avere una relazione alla pari con Paul (comune ambito lavorativo, ma meno competizioni tra i due visto che Paul si è già tolto molte soddisfazioni nel suo lavoro). Inoltre, i figli di Paul non sarebbero stati un motivo di conflitto visto che i più grandi erano al college e il piccolo Max aveva deciso di trasferirsi dalla madre. Davvero un peccato per l’occasione sprecata di sfruttare al meglio questa trama.

Per fare un esempio contrario, la storyline di Sunil è andata in direzione opposta dimostrando che si poteva fare molto di più.

Nelle sette settimane di psicoterapia di Sunil viene costruito il giallo per antonomasia. Lo spettatore è portato a credere che la realtà sia lineare, che non ci siano secondi fini nelle parole e nei gesti di un semplice uomo come Sunil, che lui sia la vittima della situazione. Non che ci vengano raccontate delle bugie, semplicemente si decide di omettere alcuni particolari, ci sono dei grandi non detti di cui non conosceremo l’esistenza fino all’ultimo incontro con Paul. Proprio come in un romanzo di Agatha Christie, la verità è sempre stata sotto i nostri occhi, nascosta da altri elementi che distraevano la nostra attenzione facendoci credere che fossero più importanti della verità stessa. La vicenda di Sunil è un giallo di cui non si palesa la natura fino all’atto finale, con tanto di mistero da risolvere e di doppi giochi da smascherare. E per congegnare un progetto simile è obbligatorio sfruttare al meglio tutti gli episodi a disposizione per arrivare all’apice nel finale.

Degli altri due pazienti, infine, è stata interessante la scelta “meta” di far interpretare a Debra Winger il ruolo di Frances, una bellissima attrice che ha avuto un enorme successo decenni fa ma che ora ha seri problemi di memoria (da cosa dipenderanno? riuscirà Paul a far sì che Frances ricordi tutte le battute la sera della prima? e cosa c’è stato in passato tra la sorella e il marito di Frances? No, non è proprio questo il tono della vicenda, ma insomma), ma è a Jesse che Paul dice la battuta che più mi è rimasta impressa. Parafrasando: “Tu sei eccezionale perché la tua storia è eccezionale. Non capita a molti di vivere quello che stai vivendo tu e sarei onorato di sapere quello che ti passa per la testa in questo momento, di condividere con te la tua esperienza”. Ma medici del genere esistono davvero?

* originale si fa per dire visto che “In Treatment” è a sua volta l’adattamento della serie israeliana “BeTipul”.

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