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7° Anniversario

Dice che sono sette anni che esiste questa baracca.

Tempo fa mi ero messo a scrivere un post di chiusura.

Diceva che è stato bello finché è durato, che ci siamo divertiti, ma che ora è meglio metterci la parola “Fine” sopra ché tenere aperta una cosa che viene aggiornata ogni morte di Papa non avrebbe molto senso – soprattutto da quando non è più necessario che un Papa muoia per farne un altro. Poi l’ho spostato tra le bozze, infine cancellato (il post, non il Papa, quello quelli sono ancora al loro posto).

Mi sono chiesto spesso perché la voglia di aggiornare il blog sia scemata negli anni, soprattutto dopo i primi tre, dando la colpa una volta alla diffusione dei social network (perché perdere tempo a scrivere un post quando puoi esprimere lo stesso concetto con i 140 caratteri di Twitter? Perché scrivere dell’ultimo romanzo letto se puoi recensirlo su aNobii? Perché mettere un link ad un articolo letto se posso condividerlo su Delicious, citarlo su Tumblr o postarlo su Facebook?), un’altra volta alla mancanza di una tematica specifica di “Piove con il sole”. Qui non c’è una “mission” particolare. Non è un blog dedicato al cinema ungherese o alla musica indipendente maori o alla televisione messicana.

Qui ci sono io con i fattacci miei.

A volte ho (avuto) voglia di condividerli, a volte no. Tutto qua.

Ultimamente racconto di quello che vedo. Mi sembra più interessante di quello che capita. O, almeno, alla fine della fiera c’è un senso logico che nella vita manca. Probabilmente è una forma depressiva che avanza.

Io non lo so se ci saranno altri sette anni qui dentro. Non so neanche se ci saranno altri sette mesi o altri sette giorni, a dire il vero.

Tutto di regalato, insomma.

Dopo il “play” spoiler a go go!

Una volta una mia compagnia di scuola disse che anche lei conosceva alcune parole di francese. “Per esempio, so dire: Annette, Virginie, Jérôme e Justine”.

Sono passati quasi vent’anni dalla messa in onda in Italia di quell’orrida produzione francese che rispondeva al nome di “Primi baci”, nel frattempo ci è stato insegnato che il problema non è la caduta, siamo entrati nel favoloso mondo di Amélie Poulain, Monica ha sposato Vincent diventando Monicà, Carlà, nei momenti liberi dal ruolo di première dame, strimpellava nenie alla chitarra, abbiamo ballato in bianco e nero in compagnia di un cane, ci siamo innamorati di Marion Cotillard. Insomma, i francesi ci hanno abituato a grandi WTF ma anche a grandi emozioni (ricordo che l’opzione di lasciarci invadere è sempre aperta).

“Les Revenants” rientra in quest’ultima categoria.

Tratto da un’inutile e moraleggiante film del 2004 di cui mantiene il concetto di base (i morti che tornano in vita) e un attore (sebbene interpreti ruoli diversi e abbia perso un po’ di capelli nel frattempo), il telefilm francese, la cui prima stagione è composta da otto episodi, non ha nulla da invidiare alle produzioni americane, per certi versi ne ricorda anzi l’ambientazione e il clima di claustrofobia. C’è il solito paesino di provincia nel quale le vite di tutti gli abitanti sono intrecciate le une con le altre, ci sono situazioni drammatiche (uomini che uccidono donne nei sottopassaggi, padri che picchiano le figlie, ladri di case che sterminano intere famiglie, suicidi, incidenti stradali, gelosie e conflitti vari).

Sotto certi aspetti mi ha ricordato molto “Top of the Lake”. In entrambi i casi c’è la presenza di un lago, ma, se nel caso della miniserie di Jane Campion si trattava di un lago metaforico oltre la cui superficie si nascondevano le reali intenzioni e le reali motivazioni dei protagonisti, ne “Les Revenants” c’è un lago artificiale mantenuto in vita da una diga che decenni prima non ha retto il peso dell’acqua e si è distrutta causando la morte dell’intero villaggio – e come non farsi venire un brivido ripensando al Vermont? -; oggi invece è il livello dell’acqua ad abbassarsi giorno dopo giorno, episodio dopo episodio, rivelando letteralmente i resti delle costruzioni del villaggio precedente ma anche i resti degli animali (chissà se gli autori hanno trovato ispirazione nel campanile del lago di Resia).

Diga

L’immagine della diga è quella che descrive al meglio la serie. Spesso viene inquadrata una curva. Un’immagine che rimanda al nuovo ciclo della vita, non più lineare (vita, morte), ma appunto ciclica (vita, morte, resurrezione o, meglio, resurrezioni, dal momento che quelli che sono tornati in vita non possono più morire, anche se il loro corpo inizia a decomporsi). Ma c’è anche una ciclicità nell’azioni dei protagonisti che, una volta ritornati in vita, cercano di ricreare il mondo che avevano lasciato senza rendersi conto che la vita delle persone che conoscevano è andata avanti (aspetto sottolineato dal fatto che i morti non hanno ricordo di quello che è accaduto loro nel periodo di tempo che separa la morte dalla resurrezione). Questo contribuisce a creare un’atmosfera di spaesamento continuo nei personaggi: da una parte ci sono quelli che sono ritornati dalla morte che credono di poter interagire con le stesse persone con cui avevano parlato fino a quelle che credono essere poche ore prima, dall’altra ci sono i vivi che, dopo anni in cui credevano di essere riusciti ad elaborare il lutto della scomparsa dei loro cari, devono in realtà fare improvvisamente i conti con la ricomparsa di quest’ultimi e con i problemi che non avevano mai voluto affrontare. In questa situazione sono gli uomini a dare il peggio di sé.

C’è il padre che ha picchiato la figlia. C’è il capo di una pseudo-setta che promette fino all’ultimo di aiutare i risorti ma che si tira indietro quando la situazione inizia a richiedere che l’uomo faccia qualcosa di concreto in loro aiuto. Lo stesso uomo che da giovane è stato un ladro ed è responsabile, almeno in parte, della morte della famiglia di uno dei risorti. C’è il serial killer che uccide giovani donne nei sottopassaggi e che riprende ad uccidere non appena tornato in vita. C’è il fratello del killer, suo complice, anche se non esecutore materiale degli omicidi, che aiuta il fratello a nasconderne le tracce e, non da ultimo, responsabile della (prima) morte del fratello. C’è l’uomo che tenta di uccidere la moglie legandola al letto e dando fuoco alla casa dopo che la donna era ritornata in vita. C’è il prete che si offre di prestare soccorso ad uno dei risorti per poi denunciarlo alla polizia. C’è il poliziotto che nasconde telecamere in casa per spiare i movimenti della fidanzata e che indugia nel guardarla mentre lo tradisce con l’ex. Ex che si è ucciso quando ha saputo che la donna era incinta, nel giorno delle loro nozze. Persino il bambino protagonista ha un’aura inquietante e condivide con gli altri risorti il potere di spingere le persone al suicidio. Le donne sembrano invece vittime degli eventi. Quegli eventi drammatici che hanno messo in pausa le loro vite.

La vita di Claire si è interrotta con la morte prematura della figlia; il suo matrimonio è finito, ha provato a ricrearsi una vita accanto ad un uomo che tende a plagiarla; non si è accorta delle problematiche dell’altra figlia. Adèle si è rifatta una vita con un uomo che dovrebbe darle sicurezza – anche in virtù del suo lavoro: è un poliziotto – e che l’ha aiutata a crescere la figlia avuta dall’ex morto suicida. Ma anche Adèle ha impulsi autodistruttivi che non riesce sempre a controllare. Julie vive una vita dismessa, mantiene al minimo i contatti sociali, giusto con i pazienti cui fa visita a casa, non frequenta nessuna da quando ha rischiato di morire dissanguata in un sottopassaggio. Lena è divorata dai sensi di colpa, beve, passa da un ragazzo all’altro, viene picchiata dal padre, va a letto con un serial killer. Solo nel finale c’è la redenzione/salvezza di queste donne che passa attraverso il loro essere madri. Claire e Julie decidono di non abbandonare i loro figli (naturali o putativi, poco importa) e di unirsi ai risorti. Sono le uniche disposte a farlo, ad abbandonare le loro vite, seppur miserevoli, per buttarsi nell’imprevedibilità degli eventi pur di non abbandonare la prole. Adèle subisce un trattamento “di favore” in virtù del suo essere incinta.

Oltre all’elaborazione del lutto, tema portante soprattutto del film nel quale, una volta accettata la morte, i risorti tornavano letteralmente nelle loro tombe, la serie affronta un tema caro alle produzioni seriali a tema fantascientifico degli ultimi anni, ovvero la necessità di trovare risorse per soddisfare i fabbisogni di tutti i vivi, risorti o non-morti compresi. L’immagine di Adèle e la figlia che nascondono il fidanzato/padre in soffitta è praticamente la stessa dell’episodio “Be Right Back” (2013) della serie “Black Mirror” nel quale una donna dà il consenso alla creazione di un clone del fidanzato morto in un incidente stradale. Nella quarta stagione di “Torchwood” (2011), le persone smettono semplicemente di morire. Così, da un giorno all’altro, la popolazione mondiale aumenta esponenzialmente; viene calcolato che a quel ritmo le risorse si esauriranno nell’arco di qualche settimana. L’estinzione della razza umana sembra improvvisamente più vicina. Nell’universo di “Utopia” (2013), sempre a causa della limitatezza delle risorse, ci sarebbe in corso una cospirazione volta a ridurre nientemeno che il numero di uomini nel mondo. La fantascienza sembra ricordarci ultimamente che è l’uomo il nemico numero uno di se stesso.

Oggi Grillo (o chi aggiorna il blog per lui) ci ricorda che bisogna accettare i nostri fallimenti come i nostri successi: con calma, dignità e classe.

  • Kasia Smutniak è la più imbarazzante ed è un peccato perché ci ha abituato ad interpretazioni migliori, ma se lo spettatore riesce a capire quando un’attrice sta pensando alla battuta tra una pausa e l’altra non è un bel segno (e poi, Kasia, non vuoi dire le parolacce, lo capisco, hai una figlia piccola, diventa difficile rimproverarla se le scappa un “cazzo” quando tu ne dici venti al secondo in tivvù, però, figlia mia, parlane con il regista, parlane con lo sceneggiatore, parlane col produttore – possibilmente – prima delle riprese).
  • Il bisonte che interpreta il maresciallo sotto copertura è il più convincente di tutti. Certo, c’è un piccolo problema di scrittura, anzi di adattamento (nella versione americana c’era un pilota d’aereo che distruggeva una madrasa in Iraq piena di bambini e si sentiva un filino in colpa, il corrispettivo italiano – vi ricordo che stiamo parlando della televisione di qualità che strizza l’occhio all’attualità, anche a quella più scottante – è un carabiniere che lavorava in Germania sotto copertura per infiltrarsi in mezzo ad un giro di droga della mafia, anzi, della ‘Ndrangheta perché la tivvù di qualità si vede dai piccoli dettagli, e che ha ucciso un amico e i figli pur di non rivelare la copertura) (ché poi ho perso un pezzo: prima il maresciallo racconta allo psicoterapeuta di aver temuto per la sua vita quando il capo della ‘ndrina scopre che c’è un traditore, poi dice che sapeva che l’amico era il traditore in questione, ma allora di cosa aveva paura?), ma il ragazzone quantomeno recita.
  • Presa da sola Irene Casagrande è anche accettabile, nonostante l’intonazione che ne rivela le origini (per una volta non nascoste ma inserite all’interno della trama: Alice e famiglia si sono trasferiti da poco a Roma per permettere alla ragazza di studiare danza); se si fa il confronto con Mia Wasikowska, ciao. In ogni caso, Casagrande è una da tenere sott’occhio ché ci regalerà molte soddisfazioni.
  • Ho deciso che Giannini è affetto dalla Sindrome di Gassman (figlio). Si manifesta così: quando un attore deve recitare una battuta, le sue corde vocali vengono improvvisamente attaccate da un bruciore incontrollabile che obbliga il soggetto in questione a finire di parlare nel minor tempo possibile alla ricerca di un minimo di sollievo. Il risultato è qualcosa di simile ai latrati di un cane che vede passare uno sconosciuto vicino al cancello di casa. Un suono grave, costante e monocorde che cessa solo quando lo sconosciuto è ormai lontano. O quando la battuta è stata detta.
  • L’interpretazione di Licia Maglietta sembra urlare ogni secondo: “Io ho fatto teatro, bitches”.
  • Infine c’è Sergio Castellitto. Io a Castellitto ci voglio anche bene, eh, ma me lo vedo mentre guarda Byrne e dice: “Sì, quell’espressione che fa a questo punto è molto accattivante, gliela potrei prendere in prestito” o “Sì, ha fatto bene a recitare in quel modo. Aspetta che me lo segno”. Il confronto con il prodotto originale ci sarà sempre, tanto vale provare a dare qualcosa di nuovo (o di personale) al personaggio.

Nei due mesi successivi alla scossa di terremoto del 20 maggio 2012 sono state registrate oltre 2.300 scosse, 2.000 solo nei primi trenta giorni, oltre la trentina i terremoti di magnitudo compresi tra il quarto e il sesto grado. L’aerea colpita ha interessato comuni nelle province di Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia, Bologna e Rovigo. Ma sono stati riscontrati danni anche a Milano, Venezia, Padova, Genova, Massa Carrara. In tutto sono stati 54 i comuni colpiti. Stimati in 13 miliardi e 273 milioni i danni, 12 miliardi e 202 milioni solo in Emilia Romagna. Danni significa il crollo di palazzi, di abitazioni private, di edifici storici, dei centri storici, significa la chiusura di ospedali e scuole rese inagibili, significa la distruzione di capannoni industriali. Significa 500 scuole colpite, 45.000 gli sfollati. Soprattutto significa la morte di 27 persone, quasi tutte colpite nei crolli delle aziende presso le quali stavano lavorando.

Ad un anno da quegli eventi sismici delle 15.000 famiglie rimaste senza casa, 5.000 sono rientrate (una su tre), mentre 60 continuano a vivere in albergo. 37.000 persone sono state reintegrate al lavoro. L’ultimo campo di emergenza è stato chiuso ad ottobre, 16 sono le zone rosse chiuse su 22. Poi ci sono le aziende che non hanno ancora ricevuto i contributi messi a disposizione dallo Stato a causa di blocchi burocratici e che hanno dovuto pagare di tasca propria la ricostruzione dei capannoni danneggiati e l’apertura temporanea di nuove sedi per far sì che, mentre prende avvio la ricostruzione, il lavoro delle aziende continui ad andare avanti. Ci sono calcinacci per le strade, zone recintate, case distrutte, negozi dismessi, container che sostituiscono aule di scuole.

Che in questo scenario ci sia la comparsa di un signore che risponde al nome di Giuseppe Piero Grillo, detto Beppe, che si permette di usare frasi come “Io credo che il terremoto che ha colpito l’Emilia sia in parte anche colpa dei buchi che hanno fatto per cercare il gas a cinquemila metri. Mi ci gioco le palle” [*] fa semplicemente schifo al cazzo.

Nel caso non fosse chiaro: c’è un signore che, senza alcuna prova scientifica a dimostrazione della sua tesi, sta sfruttando la tragedia, il dolore, la morte, la paura di un’intera regione per fare nientemeno che della bieca propaganda politica. Perché lui sa delle cose che le normali persone non vedono, perché lui racconta quello che i governanti cattivi non vogliono raccontare, perché lui con una mano fa quello dal grande cuore, pronto a donare 420 mila euro, con l’altra punta l’indice contro il fracking, perché lui è quello che la sa lunga.

Questo è un tipo di atteggiamento che definire vergognoso sarebbe riduttivo, infatti, ripeto, questo atteggiamento fa semplicemente schifo al cazzo, signor Grillo.

[Fonti: Wikipedia, Sky Tg24. Il titolo è un riferimento a questo.]

C’è un momento in “The Americans” (sesto episodio, minuto 26) in cui Felicity Porter (t’a ricordi Felicity Porter? Quella che va al college per seguire il tipo che le piace, quello stupidotto ma atletico, poi s’innamora di un altro, più serio e noiosetto, poi quando si mette con il tipo che ha seguito all’inizio lui le chiede “Ma che davvero ti piacevo per tutto questo tempo e non mi hai mai detto niente?”, poi Felicity fa l’errore più grande di tutta la sua vita, l’unico che le ha permesso di tramandare ai posteri il solo esempio di tv verità di J. J. Abrams, ecco lei) si mette a picchiare a sangue la madre di Nick di “New Girl”, le mette la testa sott’acqua, le riempie la faccia di pugni, la chiama “stupid bitch”. Ecco, Felicity, solo una parola. Grazie.

Ieri a “Forum” è andata in onda questa causa.

Un signore vorrebbe rientrare nella ditta che aveva ceduto alla figlia sette anni prima; la figlia si rifiuta. Si rifiuta perché non ha ancora perdonato al padre di aver divorziato dalla madre dopo che l’uomo aveva iniziato una relazione con una prostituta, poi diventata sua compagna, nonché madre di un bambino di cinque anni.

Questa la causa in sé, ma abbiamo imparato negli ultimi anni che “Forum” non ruota intorno alla causa ma al dibattito alla causa, quello che vede Rita dalla Chiesa, Fabrizio Bracconeri, Marco Senise e il pubblico in studio protagonisti di un gioco delle parti nel quale ogni voce porta avanti un punto di vista diverso. Peccato che questo non sia accaduto nella causa in questione. Le voci dei tre conduttori erano unisone nel condannare la figlia. Solo Bracconeri ha manifestato qualche timido accenno di dissenso, lasciato cadere velocemente. Per il resto si è cercato di normalizzare la situazione il più possibile. Dalla Chiesa dice che è una situazione normale, nel senso che è normale che un marito lasci la moglie per un’altra. Lascia intendere, la conduttrice, che ci sia una certa pruderie nel caso in questione perché l’altra è una prostituta, più giovane di vent’anni; chi giudica è un bacchettone, “quante prostitute travestite da Santa Maria Goretti ci sono in giro, eh?”. Attenzione ai passaggi.

Intanto le parole assumono un ruolo importante: le “prostitute” smettono di essere tali per diventare “escort”. La prostituzione è un mestiere come tanti. La differenza d’età smette di essere un riflesso della giovane donna a caccia di una preda facile da imbambolare per sistemarsi fino alla pensione, diventa un caso della vita, un “può succedere”. Il ruolo dell’arrampicatrice sociale lascia il passo all’amore, quello vero. Lei faceva la escort, poi ha conosciuto un uomo sposato, si è innamorata, ha smesso il mestiere, ha creato una famiglia con quell’uomo, una famiglia che ha retto la prova degli anni. Infine il tentativo di universalizzare l’esperienza. Quello per cui si può dire “Sì, vabbè, ma alla fine tutte le donne si mettono in vendita per conquistare un uomo; c’è chi si fa pagare in soldi, chi si fa mantenere in un altro modo”.

Diceva quello che è morto qualche giorno fa – buono solo per qualche citazione ad effetto – che “a pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”.

Due giorni prima che vada in onda uno speciale del Tg5 dedicato al caso Ruby che si ripromette di raccontare tutta la verità, nient’altro che la verità, a ventiquattr’ore dalla ripresa del processo, un giorno prima della manifestazione contro la magistratura politicizzata promossa dal PdL – ad un certo punto Dalla Chiesa si lascia sfuggire un “ci sono anche avvocati che sono delle zeta, con tutto il rispetto per la professione” – il canale di punta di Mediaset manda in onda una trasmissione che si occupa in gran parte (un’ora dell’ora e mezza di trasmissione a disposizione, pubblicità escluse) di raccontare come a vent’anni si possa fare l’escort e di come quell’esperienza possa essere una redenzione per approdare all’Amore con la “A” maiuscola – quello per un uomo, ma anche quello per un figlio, notare le convergenze. E sono d’accordo con Gilioli quando sottolinea l’anormalità di un Paese in cui un ex Presidente del Consiglio può permettersi di raccontare per due ore, in una trasmissione all’interno di una rete televisiva di cui è il proprietario, il suo punto di vista, senza contraddittorio, allestendo una visione edulcorata e per novizie di quello che le realtà giudiziarie hanno ricostruito negli ultimi anni. Non è normale che accada, non è normale che un Paese civilizzato non abbia una legge sul conflitto d’interessi, non è normale che una magnate dei media sia in politica da vent’anni. Ma trasmissioni come quella di domani sera non mi preoccupano più di tanto perché si manifestano per quello che sono: una messa in scena il cui unico scopo è quello di raccontare un mondo di fantasia ad uso e consumo del padrone, dei suoi galoppini e dei suoi sostenitori.

Quella trasmissione è rivolta a chi condivide quel pensiero – Arcore era teatro di cene eleganti, le escort non sono prostitute, la prostituta fa un mestiere come un altro, e comunque beato lui che è ancora in grado di soddisfare una ventenne – e non cerca altro che conferme alle proprie tesi, alla ricerca di materiale per poter controbattere chi provi ad argomentare in maniera opposta al bar.

Quello che mi spaventa di più sono trasmissioni come “Forum”, quelle cioè che, almeno sulla carta, non sono propriamente trasmissioni che si occupano di politica in senso stretto, ma che consegnano al loro pubblico messaggi propagandistici. Un pubblico che non sempre ha gli strumenti per distinguere la propaganda politica dalla causa del giorno.

Per la cronaca, il giudice ha dato ragione alla figlia da un punto di vista legale (la ditta appartiene a lei, ne fa un po’ quello che vuole), da un punto di vista morale ha invitato la donna a perdonare il padre dopo anni dalla separazione con la madre.

“Si dovrebbe mettere una mano sulla coscienza – ha chiosato Dalla Chiesa -, anche perché l’esperienza di sua padre in ambito lavorativo potrebbe salvare molti posti di lavoro”.

SADIE: They’re all dead.

PETE: What?

SADIE: Jack, Kate, Sawyer…

PETE: I don’t care about the show right now.

SADIE: …Jin, Sun…

PETE: Okay? I need you to just get in the shower, get dressed. Let’s just put it on hold.

SADIE: …Walt, Juliet… All those people.

PETE: Don’t think about “Lost” today. Tomorrow, “Lost”, all day. I can’t wait to hear about it. Jack? No way! Really? Right now, shower.

SADIE: I don’t make fun of your stupid “Mad Men”.

PETE: First of all, I don’t get worked up over “Mad Men”.

SADIE: That’s because “Mad Men” sucks!

PETE: What Don Draper has gone through beats whatever Jack is running from on some fucking island.

SADIE: Bunch of people smoking in an office. It’s stupid!

C’è questo famoso brano delle “Confessioni” di Agostino nel quale il futuro santo racconta di un amico che viene trascinato ai combattimenti tra gladiatori. Lì per lì l’amico fa quello schizzinoso. “Potrete anche trascinare il mio corpo sugli spalti dell’arena – dice, parafrasando un po’ – ma terrò sempre gli occhi chiusi perché a me queste cose che piacciono ai molti fanno ribrezzo”. Solo che l’amico si copre gli occhi ma non si chiude le orecchie e, quando all’apice di un combattimento, sente le grida della folla levarsi alte, l’amico sposta leggermente gli indici e i medi dagli occhi e, bòn, è condannato per sempre. La violenza, il sangue, la tifoseria, lo stare in mezzo a suoi simili che urlano e strepitano, tutto questo contribuisce affinché Agost…, ehm, l’amico di Agostino cada nel terribile giogo della dipendenza dall’arena (spoiler: poi arriva Dio e tutto magicamente finisce). Insomma questo brano – che se vuoi aggiornare potresti pensare ad un mio post schifato su Barbara d’Urso o su Rita Dalla Chiesa o a Pasolini che se la prende con la televisione e l’uomo medio o a Daria Bignardi che manda Matteo Bordone al centro commerciale il sabato pomeriggio, Dio ce ne scampi – mi è tornato in mente guardando l’ultima puntata di “Spartacus” (che poi sarebbe anche la penultima in assoluto, quindi, non leggere se non vuoi spoiler) (per davvero) (oh, io te l’ho detto) quando si verifica un ribaltamento del racconto, la lepre diventa cacciatrice, i cacciatori prede. Come nella prima stagione c’è un’arena piena di gente in visibilio, pronta ad assistere ad una serie di spettacoli mortali. A differenza di quella stagione sugli spalti ci sono gli schiavi e i gladiatori che combattevano sulla sabbia dell’arena. Sono diventati il pubblico in delirio che assiste ai giochi tra urletti e incitamenti alla violenza mentre combattono per la vita e la morte i romani, gli ex padroni del pubblico. E l’atteggiamento di chi assiste allo spettacolo di oggi è uguale a quello di chi assisteva allo spettacolo di ieri. Dateci il sangue, le mazzate, lo show, il brivido, la suspense, e noi siamo felici. Che Agostino, Pasolini, Bignardi, gli autori di “Spartacus” vogliano tutti dirci la stessa cosa? Che quando è in mezzo alla folla di suoi simili l’uomo fa cose che non farebbe mai da solo? Che il rito della violenza è radicato nella natura umana? Che se ne avesse l’occasione anche l’uomo più mite si trasformerebbe in spietato carnefice? Forse. O forse era soltanto una scusa per far vedere un po’ di sangue in un telefilm che deve buona parte del suo successo al sangue (l’altra buona parte è il sesso, che te lo dico a fare? e l’altra buona parte ancora si chiamava Lucy Lawless) e che non mostrava a sufficienza da troppe puntate. Sangue e arena che, invece, sono tornati ora, in base a quel principio di circolarità delle narrazioni di questo tipo, nella mia fine è il mio principio, ecc. ecc.. E sono tornati in maniera spettacolare garantendo a noi menti semplici dedite alla dipendenza dalla violenza uno spettacolo degno di questo nome, una goduria dei sensi per noi che sgranocchiavamo popcorn mentre assistevamo al tracollo di quel romano, figlio dell’Arcinemico della stagione, un pezzo di merda come pochi – il figlio, non l’Arcinemico – e che finalmente trovava la fine che si è meritato (ehi, te l’avevo detto che ci sarebbero stati degli spoiler, cosa vuoi?). Quel tipo di fine che esiste solo nei prodotti di fantasia. Perché nella vita reale si muore a 87 anni di ictus.

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